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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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altIl lavoro tratta il passaggio dall’antica concezione sacrale dell’anima e dei suoi “accompagnatori” alle attuali concezioni della psiche e dei suoi terapeuti, aprendo il discorso al delicato e complesso tema del rapporto fra psichicità e spiritualità e ponendo in luce le molte confusioni e sovrapposizioni che si sono attualmente venute a creare. Seguendo l’orientamento tradizionale, afferma l’autonomia e la  primarietà della sfera del sacro e delle categorie dello Spirito rispetto alle categorie psicologiche; in questa ottica, discute la possibilità che un lavoro psicologico, correttamente inteso, offra strumenti di autoconoscenza utili anche per chi percorre una via spirituale. In particolare, analizza il possibile incontro fra uno psicologo personalmente orientato verso la trascendenza e un paziente che compia un percorso spirituale, evidenziandone i molti potenziali equivoci e rischi che si riducono tutti a uno solo, che la psiche usurpi lo Spirito. Antidoto a questo “venefico” rischio, e condizione indispensabile per lo svolgimento “tradizionalmente corretto” di tale lavoro, che si muove in un terreno irto di spine, è che si preservi rigorosamente la distinzione fra le due dimensioni, nel rispetto della gerarchia tradizionale che vede lo Spirito sovraordinato alla psiche.

Psicopompi e Terapeuti 

La cultura arcaica tradizionale, sotto ogni latitudine, era centrata sulla sacralità del cosmo, del tempo e dello spazio, della vita umana in tutti i suoi aspetti e momenti significativi; di conseguenza, il concetto di profanità non aveva l’accezione affermativa che si è sviluppata in seguito, non indicava qualcosa di contrapposto al sacro, ma aveva piuttosto una accezione privativa, indicava gli intervalli neutri, non specificamente sacralizzati, fra dimensioni consacrate. Il sacro delle origini conteneva e armonizzava in sé sia il mondo naturale che il mondo interiore dell’essere umano nelle sue dimensioni fondamentali, spiritualità e psichicità, dove “psiche” era intesa nel suo senso più sottile e sacrale di “anima”, e in tal senso vicina allo Spirito e alla trascendenza, e non nel significato profanizzato attualmente in uso dopo la nascita della cosiddetta “psicologia scientifica”, che la riduce a un insieme di fenomeni “mentali” senza più nessun rapporto con la trascendenza. Nel contesto tradizionale la psiche era collegata al sacro dove trovava senso e compimento, era una delle “forme” nelle quali il sacro si manifestava, anche attraverso modalità che oggi, a un’ottica positivistica, possono apparire addirittura patologiche; spesso sacerdoti e sciamani operavano in stati di coscienza diversi rispetto a quelli della quotidianità, l’epilessia, ad esempio, era considerata un “morbus sacer” e un canale di comunicazione con la divinità, e il cosiddetto “pazzo” spesso era quello più a contatto con il divino e con la verità.

In epoche meno remote e più vicine alle nostre iniziò a operarsi una differenziazione fra dimensione naturale, dimensione psichica e dimensione spirituale, con corrispondente tripartizione dell’essere umano in corpo, anima e spirito, ma sulla base di una precisa gerarchia nella quale la psiche-anima è l’elemento intermedio, sovra-ordinata al corpo ma sotto-ordinata allo Spirito. Nel cristianesimo, San Paolo distingue tre tipi di uomo, a seconda dell’elemento in lui prevalente: l’uomo carnale, che si lascia guidare dalle passioni e non dalla ragione; l’uomo psichico, guidato dal lume dell’intelletto naturale; l’uomo spirituale (pneumatico) che ha in sé, oltre al lume naturale, anche il lume che gli proviene dallo Spirito di Dio. Ritroviamo questa tripartizione anche negli Gnostici, che distinguono   gli uomini in ilici, psichici e pneumatici. I mistici cristiani, a loro volta, evidenziano le potenzialità spirituali dell’anima considerandola l’intimo luogo interiore nel quale si può accogliere la scintilla dello Spirito e realizzare il matrimonio spirituale con il divino. Il percorso interiore dell’uomo è quindi essenzialmente una realizzazione spirituale, il ritorno all’origine divina da cui è scaturito, e l’anima ne è vaso e testimone. Valenze sacrali della psiche, collegata alla metafisica, si ritrovano peraltro anche in molte filosofie del periodo classico e nelle loro sopravvivenze nel pensiero rinascimentale e moderno: fra le molte testimonianze significative ricordiamo, a titolo di esempio, gli Orfici, Eraclito, Platone, Apuleio, la tradizione ermetico-alchemica, e così via.

La progressiva desacralizzazione dell’umano e la perdita di riferimenti trascendenti hanno portato con sé anche una “profanazione” della psiche; separata dalla metafisica e dal sacro, essa è divenuta autoreferente e spesso anche inflazionata, pretendendo di assorbire in sé stessa la spiritualità e riducendo la trascendenza a epifenomeno psichico. Per le attuali concezioni, con la nascita della psicologia “scientifica”, la psiche non è più l’antica “figlia della terra e di Urano stellato”, come la definivano gli Orfici, ma soltanto un insieme di processi mentali, affettivi e cognitivi, intrapsichici e interpersonali, modellati nella interazione fra matrici biologiche e dinamiche sociali.

altQuesto passaggio è ben visibile osservando il significato attribuito alle figure di “accompagnatori dell’anima” presenti in varie tradizioni filosofiche e spirituali. Antico “accompagnatore dell’anima” era lo “psicopompo”, per lo più figura divina o semi-divina dal significato di “guida delle anime”, spesso sovrapposto alla figura più umana - sacerdote, negromante, sciamano - dello “psicagogo” nel significato di “evocatore delle anime”.

Sempre a titolo di esempio, certamente non esaustivo della vasta gamma di figure presenti nelle tradizioni antiche o più recenti, ricordiamo ora alcuni personaggi-simbolo dell’accompagnamento delle anime che ci sembrano particolarmente significativi per il confronto che andiamo facendo, poiché svolgono una funzione sacrale di guida delle anime nel passaggio all’aldilà, nell’assunzione di responsabilità etica e nella rinascita spirituale.

ANUBI: divinità egizia, dalla figura umana con testa canina o di sciacallo; “colui che trova i sentieri e apre la via”; psicopompo, accompagna l’anima del defunto, tenendola per mano, verso la bilancia della psicostasia nel tribunale di Osiride, nel mondo dei morti; nell’altra mano tiene la croce ansata, simbolo di vita eterna. La sua figura venne poi spesso fusa con quella di  Ermes in Grecia, e con quella di Mercurio a Roma.

ERMES: fra le tante caratteristiche e funzioni proprie di questa divinità del pantheon olimpico, ricordiamo quelle di psicopompo e psicagogo ben evidenziate dalla setta gnostica dei Naasseni, secondo la testimonianza di Ippolito (1) che fa riferimento anche a Omero (2). Ermes conduce le anime dei morti nell’oltretomba ed è anche evocatore dei morti; ha una verga d’oro, il caduceo, con cui “dei morti gli occhi sopisce e di contro desta coloro che dormono” (3): il caduceo, infatti, ha la facoltà di addormentare o svegliare chi ne è toccato. I Naasseni attribuiscono al tema del sonno e del risveglio un chiaro significato spirituale, riferendosi a Paolo: “Svégliati, o tu che dormi, déstati dai morti, e Cristo ti illuminerà” (4); per essi infatti l’uomo interiore è sepolto nell’uomo corporeo “nella forma dell’oblio” (lethargia), uno stato di sonno simbolico simile alla morte, e può venirne risvegliato nel contatto con il divino.

CARONTE: presente nella letteratura greca e latina, è un vecchio nocchiero che traghetta le anime dei defunti attraverso i fiumi degli Inferi verso l’ultima dimora; suo attributo principale è il remo, a indicare la sua funzione di psicopompo; ha un corrispondente nella mitologia etrusca, Charu o Charun, dai tratti più mostruosi e diabolici e dotato anche di un martello, a simboleggiare il momento del trapasso dalla vita alla morte.

EROS: ci rifacciamo qui alla concezione di Eros riportata da Platone nel Convito e nel Fedro. Nel Convito si parla di un duplice Eros in relazione a una duplice Afrodite: Afrodite Pandemia è figlia di Zeus e della Nereide Dione, è giovane, e si accompagna a Eros Pandemio, generando negli uomini una forma di amore volgare, egoistico, volto soltanto al consumo del piacere; Afrodite Urania nasce dalla spuma del mare fecondata dal membro di Urano evirato dal figlio Crono, è più matura, e si accompagna a Eros Uranio, generando una forma di amore rispettoso, fedele e duraturo. Più avanti Socrate, facendo suo l’insegnamento della sacerdotessa Diotìma che l’aveva iniziato alla scienza d’Amore, definirà Eros come un dèmone intermediario fra il mortale e l’immortale, amante di bellezza e di sapienza: in una parola, “filosofo”. Successivamente, nel Fedro, in relazione al mito dell’anima come biga alata caduta dall’Iperuranio sulla terra, Eros viene presentato da Platone come vero psicopompo: l’uomo infatti, innamorato della bellezza dell’essere amato e condividendo con esso l’amore per la sapienza, può scorgervi un riflesso del sacro mondo ideale perduto e, attraverso questa forma di amore, può ricongiungersi al divino. Stando alle immagini del mito, Eros è la forza che fa rispuntare le ali all’anima tarpata dalla caduta; grazie alla “follia d’amore”, all’amore reciproco che è anche una sorta di profonda “amicizia”, alla astinenza dalla pratica fisica dell’amore o almeno a un suo uso moderato, l’individuo amante “filosofo” o la coppia “filosofa” potranno ritrovare le loro ali e, con esse, orientarsi di nuovo verso il Cielo.

Da questo breve esame di alcune antiche figure di accompagnatori dell’anima, possiamo dire che le loro essenziali funzioni erano di guida verso la morte, reale (Caronte) o iniziatica (Ermes), verso la responsabilità etica (Anubi) e verso l’Amore spirituale, la sapienza e la trascendenza (Eros).

Anche per quanto riguarda la “terapeutica”, assistiamo nel tempo a un cambiamento nel significato originario del termine; therapéuein ha, in greco, un significato analogo a quello del cõlo latino: onoro, venero, servo religiosamente, curo, coltivo, educo, guarisco, risano; da qui, la terapeutica come servizio, culto, venerazione, oltre che come cura e assistenza di un infermo, e il terapeuta come ministro di una divinità, oltre che come curatore e medico. La comunità religiosa giudaica dei Terapeuti, di influsso pitagorico ed egizio, a volte sovrapposta a quella degli Esseni (p. es. in alcune opere di P. Virio), prende il suo nome proprio da questo significato religioso del termine (5): “servi” di Dio, e non “medici” delle anime, come talvolta semplicisticamente interpretato.

Psicologi e psico-terapeuti

Fin qui, psicopompi e Terapeuti; ma chi è, e che cosa fa, oggi, uno psicologo? Certo non accompagna più l’anima verso questi lidi; alla lettera, è uno “studioso della psiche”, se poi è anche psico-terapeuta, diventa colui che cura e risana la psiche: ma ormai parliamo di una psiche “figlia della Terra”, e non più di “Urano stellato”.

Che cosa è venuto a mancare, dunque, nelle attuali psicologie e psicoterapie, rispetto all’antica “cura” delle anime? Schematizzando un po’, potremmo dire:

  •  la morte
  • il risveglio
  • la responsabilità etica
  • la Sapienza
  • la trascendenza
  • l’Amore
  • la pietas

A nostro avviso, ciò ha comportato un impoverimento nella qualità della ricerca interiore sulla psiche. Che fare? Più specificamente, che fare, per uno psicologo che sia personalmente orientato verso la trascendenza e che, magari, si trovi anche a lavorare con persone che praticano una via spirituale? Crediamo che, all’attuale stato dell’arte e in un contesto desacralizzato come il nostro, non sia più possibile ricomporre l’unità originaria né restituire alla psicologia le antiche valenze perdute, pena pericolosi e confusivi pasticci psico-spirituali. Riteniamo anzi che, oggi, sia più che mai necessario mantenere distinte la dimensione spirituale e quella psichica, nonché le relative figure di riferimento, proprio al fine di evitare equivoci, falsificazioni, contaminazioni reciproche e reciproci riduzionismi.

Rendiamo merito a buona parte dei professionisti che lavorano sulla psiche di sapersi mantenere rispettosi e neutrali di fronte alle istanze spirituali e religiose presentate dai loro pazienti, e di saper mantenere anche il lavoro su di un piano esclusivamente psicologico, prescindendo dai proprî personali orientamenti e convinzioni e dai modelli teorici di appartenenza. Si tratta di correttezza deontologica e di competenza professionale.

Tuttavia esistono alcuni modelli psicologici (junghiano, transpersonale, etc.) i quali, a nostro avviso, proprio in base ai loro presupposti teorici incoraggiano la confusione fra i piani (6): vi si parla di spiritualità ma, di fatto, la si riduce a una fra le tante “forme” della psiche, disconoscendone la valenza metafisica e così capovolgendo la gerarchia tradizionale. Operazione nefasta: non certo per lo Spirito, che rimane ben vivo e integro nei cieli malgrado i nostri disconoscimenti e capovolgimenti, e continua “graziosamente” a soffiare dove vuole; nefasta per noi, per chi lo cerca nel luogo sbagliato, per chi crede di averlo trovato e invece sta solo giocando con specchietti per le allodole, per chi crede di poterlo dispensare a buon mercato e invece sta solo svendendo merce adulterata. Nefasta per gli stessi psicologi i quali, quando pretendono di assorbire lo Spirito nella psiche, finiscono con il dare ragione a quella vasta schiera di spiritualisti che, sulla scia di Guénon, ritengono il lavoro psicologico, di per sé, e così facendo “di tutte le erbe un fascio”, un’opera “satanica” e “contro-tradizionale” (7).

Anche gli spiritualisti, infatti, non sono esenti da fraintendimenti e da riduzionismi. La dialettica psiche-Spirito è molto articolata e delicata,  certamente la santità può celarsi nelle spoglie apparentemente più incongrue, Dio sceglie i suoi figli senza tener conto del loro adattamento psico-sociale, lo Spirito soffia dove vuole; ci lasciano però molto perplessi quei “praticanti” dello Spirito i quali, pur in piena buona-fede e magari sull’onda di un “elogio della follia” di sessantottina memoria e di malintesa ascendenza erasmiana, presumono di potersi rivolgere alla trascendenza senza nemmeno porsi il problema di un lavoro sulla propria umana psichicità e così illudendosi, a nostro avviso, di planare sul divino scavalcando le umane miserie e pochezze. Temiamo che qualcosa di questo atteggiamento, che porta in sé aspetti di verità ma anche di illusione, possa confondere anche persone molto temprate nel cammino spirituale soprattutto nei momenti in cui si trovano a confrontarsi, e a dibattersi, con istanze psichiche e animiche dal sapore squisitamente umano. Certo, l’amore per Dio porta con sé, e aiuta, il distacco dal mondo delle forme e delle illusioni, coagulate in quel piccolo e altrettanto illusorio frammento che chiamiamo “ego”; tuttavia, senza aver elaborato in sé stessi un reale atteggiamento di distacco, non si può amare veramente Dio. Il drago dell’illusione può essere in agguato ovunque, e contaminare anche le nostre migliori intenzioni e convinzioni: il Dio che crediamo di amare può essere poco più che una appendice del nostro ego e dei nostri oggetti di amore umano; il distacco che crediamo di aver raggiunto può essere poco più che una negazione difensiva della nostra affettività, dei nostri attaccamenti, delle nostre tenebre interiori. L’Anonimo Francofortese citando Taulero così scrive a questo proposito: “Taulero dice: ‘Vi sono uomini nel tempo che troppo presto danno congedo alle immagini’, prima che la verità li abbia resi liberi da esse, ed essi si siano liberati da soli; perciò difficilmente o mai possono giungere alla verità” (8).

Il velo delle immagini e delle illusioni della mente agisce tuttavia su due livelli, che potremmo definire di ignoranza metafisica e di inconsapevolezza psicologica. Il mondo della manifestazione e delle forme, nato dalla dualizzazione e moltiplicazione dell’Uno originario, è, di per sé, rispetto all’Assoluto, un mondo di ombre, come in Platone, e di illusorietà (Maya), come nel Vedanta; l’ignoranza metafisica consiste nello scambiare le forme manifestate (sé stessi, i proprî vissuti, gli altri, le situazioni contingenti) per realtà sostanziali, e nell’identificarsi con esse invece di riconoscerne la illusorietà e di ricercare la via per il ritorno all’Assoluto. La inconsapevolezza psicologica dà un sovrappiù di illusorietà alla ignoranza metafisica: le forme (esseri umani) si impicciano, con sé stesse e fra di loro, attribuendosi delle valenze nate da condizionamenti e processi psicologici subconsci che rendono ulteriormente illusoria, limitata ed egoica, la loro esistenza nella pseudo-realtà mondana. La inconsapevolezza psicologica può agire anche in persone che praticano una via spirituale, con ricadute negative sia nella loro vita quotidiana che nella pratica stessa; nodi irrisolti di natura psichica possono generare una vasta serie di falsificazioni ed equivoci che fanno tutti capo a un grave equivoco di fondo: scambiare il percorso spirituale che, paradossalmente, è una forma che deve condurre al senza-forma, per una forma fine a sé stessa, una sorta di “oggetto” illusorio di cui appropriarsi e che va a nutrire l’ego, al pari degli altri oggetti di desiderio e di attaccamento. Tale equivoco può estendersi anche al rapporto con la guida spirituale e con gli eventuali compagni di percorso.

In una prospettiva tradizionale, queste considerazioni possono apparire incongrue. In teoria, la pratica spirituale dovrebbe, di per sé, bruciare scorie egoiche e illusioni psicologiche, e un praticante spirituale non dovrebbe aver bisogno di alcuno psicologo; suo “accompagnatore” dovrebbe essere soltanto la guida spirituale. Di più, un lavoro sulla psiche è per definizione antitetico e fuorviante rispetto a un percorso spirituale, poiché si svolge proprio sul piano delle immagini e delle illusioni della mente, e può rischiare di alimentarle, invece di favorire il distacco da esse, il che è, invece, il senso di una pratica spirituale. Per questo motivo i tradizionalisti, in genere, avversano fortemente il lavoro psicologico-analitico. Tuttavia si può vedere come, in alcuni casi, la pratica spirituale non porti automaticamente con sé, come ci si aspetterebbe, il dissolvimento di nodi e illusioni di natura psichica: ciò non perché siano insufficienti la pratica o la guida, ma perché ci sono dei nodi psichici, formatisi nel corso dello sviluppo e magari riattivati da circostanze contingenti, che hanno una tale potenza attrattiva e disgregante sulla personalità da funzionare come controforze centrifughe, sul piano orizzontale e verso gli inferi, rispetto all’orientamento centripeto e ascensionale verso la trascendenza. In questi casi, un lavoro di consapevolezza psicologica su tali nodi irrisolti può aiutare il praticante a conoscere le illusioni e le contaminazioni egoiche di cui più facilmente cade preda e a neutralizzarle, sempre su di un piano rigorosamente psicologico; può offrire, cioè, uno strumento in più per la ripulitura del vaso umano affinché possa accogliere, e degnamente, l’influsso divino. È però di fondamentale importanza che sia lo psicologo che il paziente-praticante abbiano chiaro che si tratta soltanto di uno strumento “in più”, che si può usare ma anche non usare, e che il lavoro essenziale e primario è sempre la pratica spirituale, nella quale bruciare queste scorie psichiche con l’aiuto della guida.

Possiamo quindi ipotizzare una possibile fruibilità del lavoro psicologico anche per chi compie una ricerca spirituale, ma soltanto ad alcune condizioni che vanno rigorosamente rispettate e sulle quali torneremo meglio più avanti: che sia realmente necessario; che si limiti alla funzione che gli è propria, chiarificare e sciogliere nodi psichici che possono andare a contaminare l’esperienza spirituale e, in casi estremi, addirittura a vanificarla; che rispetti la gerarchia tradizionale per cui la psiche è sotto-ordinata allo Spirito. In realtà, con questa ipotesi stiamo entrando in un terreno minato: infatti non è per nulla facile tradurla correttamente sul piano operativo, dove spesso va a scontrarsi con difficoltà, contraddizioni e sovrapposizioni che possono snaturarla del tutto fino a renderla addirittura “contro-operativa” rispetto agli obiettivi iniziali. Come si sa, “la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”, e vorremmo evitare di ritrovarci a fare psicoterapia negli inferi, con qualche satanasso che se la ride alle nostre spalle. Come abbiamo visto, attualmente sono piuttosto diffuse molte confusioni sul rapporto fra spiritualità e psichicità, in ambiti sia psicologici che anche religiosi, e sono probabilmente dovute al fatto che, in un mondo desacralizzato, dove è andata perduta la categoria autonoma della spiritualità come orientamento verso la trascendenza, l’unica categoria rimasta a superare la materialità e la concretezza imperanti è quella psichica, o simbolica, dove anche il simbolismo perde le sue originarie valenze tradizionali per ridursi a contenuto psichico.

Proponiamo quindi qualche definizione di base che ci serva da portolano per orientarci in territorî così complessi e anche così pieni di insidie e di equivoci: crediamo che sia importante, per chi voglia sinceramente impegnarsi in un lavoro di ricerca interiore, che sia spirituale, o semplicemente psicologico, essere consapevole di che cosa va cercando e di dove lo può trovare. Se non si chiariscono e non si contrastano tali equivoci, almeno da parte di chi si orienta realmente verso la trascendenza e crede nella possibilità di una ricerca spirituale autentica, si alimenta una prevaricazione: si perde la gerarchia fra spirito e psiche e la psiche usurpa lo spirito, appropriandosi delle valenze della spiritualità tradizionalmente intesa.

Definizioni e differenziazioni

Per dissipare un equivoco piuttosto frequente, iniziamo con il definire i concetti di “trascendente” e “trans-personale”. Il trascendente attiene alla sfera metafisica, indica una “realtà” originaria e assoluta che va al di là della molteplicità e della relatività dell’umano in tutte le sue “forme”, naturali, sociali e psicologiche. Il trans-personale o anche il trans-egoico sono invece, almeno nell’uso che ne viene fatto in ambito psicologico, concetti attinenti alla sfera dell’umano; infatti non si riferiscono a “realtà”, al di là del personale, ma a “vissuti”, psicologici ed esperienziali, di superamento della individualità: ampliamento della coscienza dell’Io nella integrazione di contenuti inconsci collettivi e archetipici, superamento del narcisismo e dell’egoismo, sviluppo della personalità in armonia con il cosmo, etc..Tutte opere lodevoli che però possono benissimo prescindere da un reale orientamento verso la trascendenza o che, peggio, possono venir male intese come pratica spirituale quando sono soltanto processi di crescita psicologica; non a caso si parla di “psicologia trans-personale”, o di “realizzazione del Sé” come compimento di una analisi psicologica, confondendo così, a nostro avviso, i processi di integrazione della personalità con il processo di realizzazione spirituale.

“Realizzazione spirituale” può definirsi il percorso ascensionale dell’essere umano verso la trascendenza, il suo ritorno all’Uno, al luogo delle origini. Alcuni aspetti di questa ricerca, ad esempio quelli relativi allo studio, o quelli relativi alla “rappresentazione” che l’individuo si fa del percorso che va compiendo, vengono formulati in termini psicologici e mentali. I momenti di reale contatto con la trascendenza, invece, non possono venir definiti in tali termini, ma presuppongono un salto di qualità verso stati di coscienza e stati dell’essere di livello superiore a quelli psicologico-mentali; la trascendenza non si può cogliere attraverso una cartesiana coscienza chiara e distinta né attraverso una junghiana subcoscienza archetipica e trans-personale, ma piuttosto attraverso uno stato di “sovracoscienza” come intesa da Guénon (9), ossia una dimensione sottile, non mentale dell’anima, che le permette di aprirsi all’incontro con lo Spirito.

“Lavoro psicologico” può definirsi la ricerca che la psiche compie su sé stessa per conoscersi ed evolversi: quindi, lavoro di presa di coscienza, chiarificazione e trasformazione su condizionamenti, processi subconsci, modelli cognitivi e relazionali, aspetti non sviluppati della psiche, e così via, con il fine terapeutico di sviluppare la personalità in forme più mature, libere, armoniche e costruttive. Come si vede, si tratta pur sempre di una ricerca e di una evoluzione che rimangono nell’ambito prettamente umano, per quanto profonde possano essere: oggetti mentali, indagati con strumenti mentali. 

Ci sembra utile spendere qualche parola anche sulla dimensione etica, troppo spesso ignorata nelle psicoterapie perché, in realtà, anch’essa assorbita in una dimensione psicologica sempre più omnipervadente e autoreferente. Noi riteniamo invece che l’etica, al pari della spiritualità e della psichicità, abbia una sua propria autonomia e che rappresenti una zona liminale, di frontiera fra spiritualità e psichicità, che non si esaurisce in una conformistica osservanza di regole morali o sociali ma che trova la sua ricchezza, sia spirituale che psichica, nell’esercizio della responsabilità e nella pratica delle virtù. Come dicevamo più sopra, ci sembra che la sua assenza nei lavori psicologici, come attualmente intesi, porti a un impoverimento nella qualità dello sviluppo integrale degli esseri umani: troppo spesso, e con rammarico, osserviamo persone che escono da una analisi psicologica più soddisfatte, bene adattate, sicure di sé ma anche più egoiste, narcisiste e sorde alle proprie responsabilità. Del resto, anche psicologi, sociologi e filosofi come Habermas esprimono preoccupazione per le ricadute negative che la cosiddetta “cultura della terapia”, intesa come “sottocultura dell’interesse individuale”, sta avendo sui rapporti familiari e interpersonali in genere. Sempre più spesso appaiono libri e articoli che trattano del rapporto fra psicoterapia ed etica, e non soltanto dal punto di vista, pure doveroso, dei possibili abusi che un terapeuta può compiere a danno dei pazienti, ma - e questa è la vera novità - dal punto di vista della responsabilità dei terapeuti nei confronti delle problematiche etiche presenti nella vita dei pazienti. (10). Siamo consapevoli della delicatezza del tema, e dei possibili rischi insiti in una presa di posizione etica da parte del terapeuta nei confronti della vita del paziente al di fuori della stanza di analisi; anche in questo caso, il terapeuta non deve arrogarsi funzioni e ruoli che non gli competono, non deve sostituirsi al confessore o al direttore etico-spirituale, né proporre in modo autoritario i proprî modelli di comportamento, il che, fra l’altro, potrebbe suscitare resistenze, comportamenti reattivi o ipocrite compiacenze da parte del paziente. Riteniamo però che un terapeuta responsabile non possa più trincerarsi dietro una illusoria “neutralità” o dietro obiettivi esclusivamente “tecnici” che possono degenerare in ulteriori egoismi, in nome di una realizzazione soltanto psicologico-individuale, e quindi inevitabilmente egoica, del paziente. Siamo invece convinti che egli possa, anzi debba, lavorare anche su zone di confine fra psichicità in senso stretto ed etica, aiutando il paziente a sviluppare in sé stesso capacità e qualità che, se non sono propriamente delle “virtù”, possono tuttavia, “Deo concedente”, preparare loro la strada: responsabilità, senso del dovere, spirito di sacrificio, empatia, coraggio, sincerità, lealtà, giustizia, sollecitudine per gli altri, senso sano della colpevolezza e impegno nel riparare i danni eventualmente arrecati.

Ricerca spirituale e lavoro psicologico

A questo punto, sperando di aver contribuito a chiarire almeno qualche equivoco, possiamo esaminare meglio l’ipotesi formulata poco fa, sulla possibile fruibilità di un lavoro psicologico anche da parte di chi compie una ricerca spirituale. Nelle considerazioni che seguono, ci riferiremo specificamente all’incontro terapeutico fra un paziente spiritualmente orientato e praticante un percorso spirituale e uno psicologo anch’egli spiritualmente orientato. Questo tipo di incontro, a prima vista molto gratificante per entrambi, si rivela invece, alla prova dei fatti, il caso più insidioso, che richiede particolare attenzione e sensibilità soprattutto da parte dello psicologo. Innanzitutto, va chiarito con fermezza ciò che un lavoro psicologico che si svolga in tale contesto “non” deve essere: non deve essere una psicodinamica dell’esperienza spirituale, né una sorta di supervisione psicologica alla pratica spirituale, né una propedeutica o un accessorio indispensabili per praticare un percorso spirituale, né, peggio ancora, un sostituto illusorio della pratica spirituale.

Come abbiamo visto, il pericolo maggiore è la confusione di piani, ruoli e interventi, con il risultato di inquinare pesantemente sia il percorso spirituale (di ambedue) sia il lavoro psicologico, fino, nei casi più estremi, a vanificarli entrambi. Massima responsabilità è attribuita alla correttezza etica e deontologica dello psicologo, alla sua solidità spirituale e alla sua competenza professionale. Egli deve assolutamente astenersi da qualsiasi atteggiamento o intervento quale guru o psicopompo, da qualsiasi intrusione impropria nel campo della pratica spirituale del paziente, e da contrapposizioni o competizioni con la guida spirituale. Se non riesce a gestire correttamente la situazione, cadendo preda di sentimenti controtransferali e di inflazione egoica (“attaccamento” possessivo al paziente, gelosia, rivalità e invidia nei confronti della guida spirituale, etc.), egli pregiudica gravemente la sua trasparenza spirituale, la sua funzione terapeutica e anche il percorso spirituale del paziente; questa mancanza, che investe sfera psicologica, etica e spirituale, si tradurrà per lui in un pesante debito karmico, oltre che in un fallimento come uomo e come terapeuta. Sul piano del lavoro psicologico, infatti, la sovrapposizione della dimensione psichica e di quella spirituale e l’assunzione del ruolo di guru da parte dello psicologo creano, nei due partecipanti alla coppia terapeutica, una collusione difensiva volta a evitare nodi psichici e dinamiche transferali e controtransferali di difficile gestione (invidia, rabbia, sessualità, paura, conflittualità, ambivalenza, etc.). La mancanza di comunicazione diretta sul piano psichico viene mistificata come condivisione spirituale, si crea una falsa alleanza terapeutica, il lavoro psicologico ne viene vanificato. Altrettanto gravi sono le conseguenze sulla vita interiore e sul percorso spirituale del paziente: egli non sa più dove trattare che cosa, e con chi; i due piani (terapia e percorso spirituale) perdono i loro confini e si confondono; le due figure di riferimento (psicologo e guida spirituale) ugualmente si confondono senza integrarsi, e la confusione può coprire o alimentare una conflittualità profonda fra percorsi, finalità e significati da dare alla propria esistenza.

Anche nei casi migliori, in cui le reciproche competenze vengono definite e rispettate, può esserci una ricaduta negativa sul percorso spirituale del paziente. In primo luogo, la presenza di due referenti (guida spirituale e psicologo) può, di per sé, confondere il paziente-praticante: egli può distorcerne la natura e la funzione ponendoli su di uno stesso piano, e perdere così il senso della propria gerarchia interiore (Spirito, psiche, soma) non più riflessa dalla omologa gerarchia esteriore. Più in particolare il paziente, fascinato dalle sue immagini psichiche magari attivate dallo stesso lavoro psicologico, può usare i periodi di meditazione come fucina per produrne di sempre nuove e più affascinanti, perdendo il significato spirituale di tali pratiche; oppure, sedotto dalle componenti protettive e “materne” del setting analitico, può contrapporre una “buona madre” accogliente (lo psicologo) a un “cattivo padre” datore di disciplina (la guida spirituale), finendo con il preferire la “cuccia” terapeutica al sentiero spirituale “irto di spine” (tale pericolo è particolarmente vivo nel caso in cui guida spirituale sia un uomo, e psicologa una donna). Infine, il pur necessario lavoro sugli investimenti psichici che il praticante compie - spesso inconsapevolmente - sul percorso spirituale, sulla guida e sull’eventuale gruppo di pratica, può portare alla riduzione della ricerca spirituale e dei rapporti umani ad essa collegati ad un piano esclusivamente psicologico; ad esempio, vedere gli aspetti transferali del rapporto con la guida può impoverirne e appiattirne il significato agli occhi del paziente fino a far perdere alla guida la sua specifica funzione spirituale.

Come si vede, i pericoli sono tanti e si riducono tutti, in ultima analisi, a uno solo: che la psiche usurpi lo Spirito. Dovremmo allora concluderne che un lavoro psicologico è comunque controindicato, per un praticante spirituale? Anche questa conclusione suscita molte perplessità: se è vero che un lavoro su due livelli può disordinare la gerarchia interiore di un essere umano, portandolo a deteriorare la sua ricerca spirituale fino ad allontanarsene del tutto, è altrettanto vero che aspetti psichici inquinanti, non portati a coscienza, possono ugualmente deteriorare la vita spirituale fino a renderla un falso, e ciò risulta non meno grave anche perché si colora di aspetti - potremmo dire, e ci si perdoni il termine un po’ forte - blasfemi.

Definiamo quindi alcune condizioni a nostro avviso irrinunciabili perché il lavoro psicologico di un praticante spirituale o, più in generale, di una persona alla ricerca di spiritualità, si svolga in modo “tradizionalmente corretto”.

•     Reale necessità di terapia psicologica

Così come possono esservi motivazioni confuse ai percorsi spirituali, allo stesso modo possono agire motivazioni confuse anche nella domanda di psicoterapia. Ad esempio, una persona può confusamente sentire il disagio di non trovare un senso al proprio esistere nel mondo e di non riuscire a entrare in contatto con il proprio Sé profondo, e può scambiare questo disagio per “malattia” psicologica, invece di riconoscerlo come “sana” risposta alla insufficienza e alla illusorietà di tutte le cose umane; può quindi rivolgersi a uno psicologo per “guarirsi”, invece di riconoscere che la sua sofferenza esprime una ricerca di trascendenza della condizione umana, che è una “in-sanità” di per sé e che non si può curare negli studî degli psicologi. In un mondo desacralizzato come quello attuale, ciò può essere più frequente di quanto non si pensi, visto che la spiritualità non è più prevista fra i riferimenti né individuali né collettivi, e tutto il “non concreto” viene tradotto in categorie psicologiche. Oppure, un praticante spirituale può rivolgersi a uno psicologo nel tentativo inconscio di contrapporlo alla guida e di sabotare la pratica spirituale. Lo psicologo deve quindi analizzare con attenzione la domanda terapeutica del paziente e, insieme, i due devono accertare che esista un reale bisogno di terapia sulla base di problematiche psicologiche specifiche nella vita e nel percorso spirituale del paziente, al fine di evitare un uso improprio e ulteriormente confusivo della terapia stessa. Ricordiamo, a scanso di ulteriori equivoci, che un lavoro di autoconoscenza psicologica è utile per tutti, praticanti spirituali e non, ma che non deve essere necessariamente “formalizzato” né, tantomeno, essere una sorta di “passaggio obbligato” per chi percorre una via spirituale.

•     Differenziazione dei piani, dei percorsi e delle figure di riferimento.

•     Rispetto della gerarchia, interiore ed esteriore: tradizionalmente, la psiche è sotto-ordinata allo Spirito, quindi, per un praticante, la realizzazione spirituale non può non essere la finalità primaria del suo esistere; la sua ricerca interiore nei territorî della psiche acquista un senso se viene vissuta come un ingrediente utile e funzionale a una sempre maggiore trasparenza nel percorso spirituale.

Per quanto riguarda la metodologia, il lavoro si svolge, come sempre, sui contenuti e i processi psichici consci e subconsci, sulle aree conflittuali e complessuali, sui modelli relazionali, sulla interazione terapeutica, su tutto ciò, quindi, che è materiale consueto di lavoro in una terapia psicologico-analitica, affinché il paziente-praticante possa prendere coscienza dei principali nodi psichici che lo bloccano, nella vita come nella pratica spirituale. Uno psicologo attento alla dimensione spirituale può, tuttavia, mettere a fuoco alcuni aspetti della psiche che sono “liminali” fra psichicità, etica e spiritualità; ossia, senza intrudere né nell’etica né nella spiritualità in senso stretto, e senza pretendere di assumersi funzioni di psicopompo, affrontare nodi della umana interiorità che facevano parte dell’antico “accompagnamento delle anime” e che, spesso, nelle attuali terapie, sono diventati obsoleti. Ricordiamo che il confronto con l’errore e con la colpa, con il proprio narcisismo ed egoismo, con la realtà dell’“altro” interiore ed esteriore, con la sofferenza e con la morte, crea negli esseri umani momenti di forte difficoltà ma anche occasioni preziose per superare aspetti infantili ed egoici della personalità. In pratica: lavorare sulla “qualità” dei sentimenti di vergogna e di colpa e sulla “qualità” degli affetti, individuandone gli aspetti narcisistici e auto-riferiti, fino a maturare sentimenti di autentica responsabilità etica, di gratitudine, di reale sollecitudine per gli altri e per sé stessi, di rispetto, di generosità, di reciprocità; in altre parole, lavorare per trasformare gli attaccamenti egoici, sia a sé stessi che agli altri, in genuina capacità di amore. Se il paziente è già orientato alla spiritualità, ciò gli sarà utile per rendere l’anima più limpida e accogliente verso l’influsso dello Spirito; se non lo è, gli sarà comunque utile per una maggiore armonia interiore da cui trarranno beneficio egli stesso e gli altri.

Come si può vedere, alcuni dei temi di cui abbiamo parlato (processi psichici subconsci, modelli relazionali, aree complessuali e conflittuali, interazione fra terapeuta e paziente, etc.) sono specifici del lavoro psicologico, e quindi risulta più facile trattarli senza troppi rischi di sconfinamenti. I temi più esistenziali e “liminali”, invece, come il confronto con la colpa, la responsabilità etica, il superamento dell’egoità, lo sviluppo della capacità di amore, il confronto con la sofferenza e con la morte, sono comuni sia al lavoro psicologico che al percorso spirituale e vengono trattati sia dallo psicologo che dalla guida; è proprio questa comunanza che li rende particolarmente delicati e critici, perché può creare problemi di sconfinamento, confusione, sovrapposizione, contrapposizione. Infatti il lavoro sulla psiche e la ricerca spirituale, in quanto gerarchicamente differenziati, si muovono su livelli diversi e utilizzano anche chiavi di lettura diverse, per cui il paziente-praticante può trovarsi ad affrontare un medesimo problema da vertici differenti che prospettano soluzioni pure differenti e, magari, contrastanti fra di loro. Un esempio: una situazione difficile e frustrante può essere letta soltanto come distruttiva, in un’ottica psicologica, e se ne può concludere che è psicologicamente sano interromperla; in una prospettiva spirituale, può invece essere letta come un dono della Provvidenza e utilizzata magari per bucare la corazza dell’ego, con l’aiuto della guida; in casi come questo, il paziente-praticante, tirato fra due opposte visioni e soluzioni del problema, che cosa può fare? Se è abbastanza temprato spiritualmente per rispettare la gerarchia fra i piani, segue la guida e utilizza la situazione nel suo percorso. E lo psicologo, che cosa può fare? Anch’egli si attiene alla gerarchia: “ubi maior, minor cessat”; ciò non significa affatto che debba abdicare al suo lavoro, anzi, questa è una preziosa occasione per riconoscerne e rispettarne i limiti; egli, astenendosi dal suggerire soluzioni, può aiutare il paziente a fare chiarezza, a prendere atto della sua sofferenza e della realtà distruttiva della situazione, a non “raccontarsela” in forme edulcorate, il che pregiudicherebbe il suo utilizzo nel percorso; poiché per utilizzare uno strumento è necessario conoscerlo, questo passaggio psicologico può essere strategico per poi spostarsi su un livello superiore.

Per aiutarsi e orientarsi in questo complicato lavoro, lo psicologo può sempre tenere a mente qualche riferimento fondamentale. Un presupposto di fondo, valido in ogni terapia ma indispensabile nel lavoro con praticanti spirituali, è la chiara differenziazione fra “benessere” e “salvezza” (11). Il benessere è un concetto umano che indica uno stato di agio, fisico, psichico e sociale, e di assenza di tensioni e sofferenze; la salvezza è un concetto religioso e spirituale, che indica l’incontro dell’essere umano con la scintilla divina presente in sé stesso e con la trascendenza del divino: è un accadimento e un percorso, che implica tensione interiore, sofferenza e morte, e che rifugge da facili e ottusi stati di “benessere”.

La differenziazione fra ricerca del “benessere” e ricerca della “salvezza” può essere peraltro, per chi lavora con praticanti spirituali, una griglia di lettura molto utile per individuare eventuali aspetti psichici ed egoici che possono inquinare il lavoro spirituale sia nella scelta iniziale che durante il percorso, individuale o di gruppo (12). Ne suggeriamo qualche esempio: motivazioni improprie, come bisogni di appartenenza, di dipendenza, di sentirsi buoni, di stare bene, di risolvere i proprî problemi nel mondo, etc.; dinamiche affettive improprie nel rapporto con la guida spirituale e con l’eventuale gruppo di pratica, come innamoramenti, gelosie, invidie, tentativi di essere i prescelti, di fare i “primi della classe”, di “sentirsi a casa”, di trovare un caldo rifugio contro il “mondo cattivo”, e così via. Nel riconoscere e nell’elaborare questi eventuali aspetti, è però necessario che lo psicologo si attenga a un “imperativo categorico”: non intervenire mai sul percorso e sulle pratiche “in sé”, il che è compito della guida spirituale, ma esclusivamente sull’“uso” psicologico incongruo che il paziente ne fa.

Un buon lavoro psicologico, specie se con un praticante spirituale, può avere come obiettivi parziali dei vissuti di “benessere” conseguenti allo scioglimento di rigidità, tensioni e conflitti patologici, ma non può eludere, anzi deve facilitare, il confronto con il dolore e con i frammenti di morte dovuti alla insostanzialità e illusorietà della umana esistenza, dopo la separazione dall’Uno originario.

Un secondo presupposto di fondo in questo tipo di lavoro è riconoscere la funzione trasformativa del confronto con la sofferenza e con la morte, ingredienti essenziali all’esistenza umana quanto la gioia e la vita: “Shiva risplende anche nel dolore”. Non si propone una sorta di sado-masochismo, il lavoro psicologico deve anche mirare a ridurre quelle quote di ansia, angoscia e depressione che irrigidiscono e paralizzano in una sofferenza sterile, ma il suo fine ultimo non può esaurirsi nell’omologare le persone in una quieta ottusità, che irrigidisce e paralizza quanto la sofferenza inutile. Lo psicologo non è un “anestesista” della psiche: il valore fondamentale del suo lavoro è nell’aiutare le persone a ricercare, e soprattutto a sopportare, la verità, con tutta la quota di dolore che essa comporta. Lo psicologo non può “guarirci” dalla condizione umana, né liberarci dal male, soltanto Dio può farlo, e forse soltanto nell’ora della nostra morte. Questo principio fondamentale dovrebbe essere ricordato, sia dal terapeuta che dal paziente, in qualsiasi tipo di psicoterapia, anche la più classica; tanto più va ricordato - e praticato - in un lavoro con persone che cercano il loro Sé profondo, metafisico, nell’incontro con lo Spirito. Sappiamo bene, anche se ciò può non piacere al nostro ego, che il dolore è un grande maestro; le ferite sono delle “porte”, è proprio dalla precarietà, dalla illusorietà, dalla incompiutezza e dal sostanziale fallimento intrinseco alle cose umane, dopo la caduta, che può nascere l’anelito verso il trascendente e l’Assoluto. Il lavoro psicologico con chi cerca l’Assoluto non deve quindi neutralizzare e spegnere i moti dolorosi dell’anima che si dibatte nel mondo delle forme, ma piuttosto aiutare la persona a non farne un uso difensivo o distruttivo, e a non scambiare motivazioni fasulle verso Dio con motivazioni autentiche. Lo psicologo non deve orientare verso Dio, questo è compito della guida spirituale; ma, se è egli stesso correttamente orientato, deve lasciare all’anima uno spazio vuoto, anche se doloroso, affinché l’anima stessa, in piena consapevolezza e autonomia, possa trasformare il suo dolore in un varco verso Dio.

A uno psicologo orientato verso la trascendenza, che voglia sinceramente offrire i suoi strumenti al servizio di chi compie un percorso spirituale, si pone, quindi, un compito paradossale: egli deve silenziosamente custodire nella mente e nel cuore il suo orientamento come una stella polare, ma, al tempo stesso, deve mantenere il suo lavoro entro i limiti di un setting rigorosamente psicologico. Anche se tutte le virtù possono esservi coinvolte, umiltà e temperanza-astinenza sembrano essere le più necessarie in questo esercizio.

Un atteggiamento interiore così orientato, negativo, apofatico, paradossale quasi - non fare più del necessario, non anestetizzare, non pretendere di liberare dal male - è forse ciò che caratterizza e qualifica un approccio psicologico che rispetti la priorità dello Spirito sulla psiche, aprendo in tal modo una possibilità di incontro costruttivo fra lavoro psicologico e pratica spirituale.

Note bibliografiche

1) Ippolito: Elenchos, V, 7, 30 sgg..
2) Omero: Odissea, 24, 2 sgg..
3) Odissea, ibidem.
4) Paolo: Efesini, 5, 14.
5) Cfr. Filone: De vita contemplativa.
6) Per un approfondimento della posizione di Jung rispetto alla trascendenza, cfr. G. Tedeschi: L’ebraismo e la psicologia analitica; Rivelazione teologica e Rivelazione psicologica. Giuntina, Firenze, 2000.
7) R. Guénon: Simboli della Scienza sacra, pp.46-49. Adelphi, Milano, 1990.
8) Anonimo Francofortese: Libretto della vita perfetta, p.35. Newton Compton,  Roma, 1994.
9) Sulla nozione guénoniana di “sovracoscienza” si vedano, in particolare: R. Guénon: Gli stati molteplici dell’essere. Adelphi, Milano, 1996. R. Guénon (attribution): Psychologie. Archè, Milano, 2001.
10) Si veda, a questo proposito, l’ottimo libro del terapeuta di formazione cattolica W.J. Doherty: Scrutare nell’anima; responsabilità morale e psicoterapia. Cortina, Milano, 1997.
11) Sulla distinzione fra ricerca del benessere e ricerca della salvezza in ambito psicologico-analitico, si veda A. Guggenbühl-Craig: Matrimonio; vivi o morti. Moretti & Vitali, Bergamo, 2000.
12) Per una accurata trattazione delle molte possibilità di auto-inganno per chi percorre una via spirituale, si veda C. Lanzi: Maleducazione spirituale; errori ed illusioni nella ricerca di sé. Simmetria, Roma, 1997. 

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