1080 FlorenskjiÉ con vera gioia che vedo ripubblicato da Marsilio uno dei libri ai quali sono più affezionato. Si tratta di una finestra straordinaria che costituì una piccola rivoluzione per tutti coloro che tra gli anni '70 e '80 cercavano una visione della spiritualità che facesse da sponda, a volte da controaltare e infine da supporto alla visione di Guénon e di Evola sui quali si erano per così dire “formati” ma a volte “sclerotizzati” i cercatori del dopoguerra.

Il merito geniale di Zolla non è stato solo aver tradotto Folorenskji, ma averlo compreso in modo totale al punto di confessarsi (come ricorda Grazia Marchianò nella bellissima postfazione al testo) un suo fratello d’anima. La scoperta di Florenskji per l’Occidente laicizzato e assuefatto a un orientalismo di maniera abbastanza ipnotico è stata un vero e proprio tornado spirituale.
In Russia Florenskji era tutt'altro che ignorato, ma la sua religiosità realmente “cosmica” non poteva essere molto apprezzata dal regime bolscevico per cui da letture semiclandestine si passò solo dopo il ’54 a una sua effettiva divulgazione.

Paragonarlo a Leonardo o a Pascal, come alcuni hanno fatto, è improprio, ma sicuramente Floreskji è l’uomo “moderno” che ha maggiormente rinnovato il senso della spiritualità, non solo nell’ambito dell’ortodossia slava, ma in tutti coloro che lo studiano e lo leggono nella sua vasta e multidisciplinare produzione. Florenskji fu un fisico, un ingegnere, un teologo, un sacerdote, un poeta e un filosofo e la sua morte misteriosa durante la detenzione (forse nel 1939, seguita dopo soli 16 anni dalla sua “riabilitazione”) può dare un'idea di quali abissi di miseria e ignoranza letteraria, oltre che spiritale, possano aver provocato i decenni di dittatura comunista.

La prof.ssa Marchianò ricorda la prima uscita di quel capolavoro che fu La colonna e il fondamento della Verità (Rusconi 1974) in cui più che mai il pensiero di Pavel Florenskji si mostra nella sua profondità e ampiezza, al punto che Zolla sottolinea come da tale testo emerga la seguente valutazione: “la vita religiosa è alchemica, se è qualcosa di più di una morale; trasforma in bellezza e partecipazione la Sapienza. Il Santo è spiritualmente bello; la mera bontà può essere anche d’un peccatore abituale”.

Ne Le Porte Regali Florenskji si occupa non solo di icone, ma della complessità dell’arte e ne spiega il senso filosofico, il processo realizzativo mistico e realmente alchemico che non passa da una semplice “devozione”, ma da un'identificazione tra l’opera e l’esecutore attraverso un processo iniziatico.
Il testo ha una struttura letteraria particolare. Per una buona metà sembra redatto e corretto da Florenskji stesso. Nella seconda metà si trasforma in dialogo e diventa particolarmente stimolante proprio per la successione incalzante delle domande dell’interlocutore (che forse fu l’ignoto trascrittore dell’opera) e delle risposte di Florenskji stesso.
In particolare gli artisti dell’icona, secondo Florenskji ”non possono che essere santi e può darsi che la maggior parte dei veri santi propiziarono l’arte, dirigendo con le loro esperienze spirituali le mani dei pittori d’icone, abbastanza esperti da riuscire a dar forma alla visione celeste e abbastanza istruiti da rendersi ricettivi ai santi suggerimenti”.

Nella sua grandiosa visione multidisciplinare Florenskji relaziona la pittura alla musica e paragona, ad esempio, la musica dell’organo alla pittura a olio rinascimentale attraverso considerazioni magistrali. Altrove esprime il concetto che la degenerazione della “incisione” inserisca il “dubbio” fra il “sì” e il “no” e abbia una natura che rispecchia la visione “protestante” della vita e in particolare della funzione dell’uomo. Interessantissimo è il suo scarso apprezzamento per la stampa su carta, figlia dell'incisione che aveva comunque una base creativa, mentre la ripetizione su foglio dello stesso motivo perde qualsiasi senso spirituale e qualsiasi possibilità di comunicare l’ardore dell’opera. “Cosa mai ci offre la stampa? Un pezzo di carta. La materia in assoluto più precaria….è l’emblema della deperibilità” o più oltre “la carta si attaglia all’individualismo protestante…o meglio all’arbitrio protestante, al fatto che l’impiego del materiale avviene come per decreto della ragione”.

La pstfazione di Grazia Marchianò ci fornisce infine una serie di riferimenti testuali importanti, ma anche una testimonianza vibrante dell’approccio di Zolla con l’opera di questo gigante della spiritualità ortodossa.

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