1068 fig1Esiste una disciplina, la psicologia, relativamente recente in specie nelle sue applicazioni “terapeutiche” (che prendono il posto, in buona parte e in maniera succedanea, dei vuoti abissali lasciati dal crollo della “paternità spirituale” e della confessione sacramentale), in cui il contrasto tra l’elemento “emotivo” oggetto dell’”analisi” e il tecnicismo procedurale a volte produce cortocircuiti esistenziali, oltre che contraddizioni teoretiche poco commendevoli: specialmente nella sua forma “psicoterapeutica” (che non è, e non può essere, una scienza: avendo per oggetto una realtà volatile per definizione, che non è il cervello, ma la mente).

La psicologia mutua alcune sue espressioni anche dall’economia, significativamente, già nella psicanalisi di Freud: pensiamo ai cosiddetti “investimenti emotivi” (l’investimento economico ha un fine, quello emotivo dovrebbe essere tendenzialmente “disinteressato”, ovvero posizionato su un piano non affine a quello di una transazione mercatistica), alle cosiddette “risorse” (i “responsabili del personale”, oggi definito “risorsa umana”, spesso sono psicologi), alla “terapia centrata sul cliente” elaborata da Carl Rogers. Il cliente rimanda, per etimologia, se non per definizione, a un patronus, se le parole conservano ancora un senso; cosa che a volte la psicologia, in certe sue vaghezze teoriche e pratiche, non contribuisce a facilitare (queste vaghezze molto spesso rendono lo psicologo clinico un eterno incolpevole, quasi un “irresponsabile”). Anzi, la cosiddetta “neolingua” è molto strettamente connessa all’emergere di una sorta di paradigma pop-psicologico, a uso e consumo dell’uomo postmoderno: una banalizzazione del reale che costituisce, nella migliore delle ipotesi, la semplificazione della complessità della vita e della mente (se non l’uso ipertrofico dello slogan, mutuato dalla pubblicità.

A un primo, superficiale approccio potremmo notare, da profani quali siamo, una certa lontananza - se non un'autentica opposizione - tra psicologia/psicoterapia ed economia, discipline e pratiche apparentemente agli antipodi, visto che nell’una la dimensione umano-esistenziale dovrebbe essere al centro del cosiddetto setting terapeutico, mentre nella seconda, almeno oggi e da qualche tempo, si dice agisca la cosiddetta “mano invisibile del mercato”: ma le cose non stanno precisamente così. Come la psicologia ha mutuato fin dalle sue origini termini ed espressioni dall’economia (e dalla fisica, che però è una scienza “esatta”: meccanismi di azione e reazione possono essere agevolmente osservati anche nell’ambito delle dinamiche psicologiche e sociali, anche se la mente non risponde certo allo stesso modo di fronte alle medesime sollecitazioni, sia presso individui diversi che nella stessa persona), così esiste una “economia cognitiva” (behavioral, cognitive economics), come pure, addirittura, si dà una “finanza comportamentale”: forse che questa mutua comunicazione conferma che la psicologia può essere al servizio di determinate dinamiche “di potere”? Lo pensava, in certo senso, Vance Packard, nella sua importante opera The Hidden Persuasors (1957), sull'industria pubblicitaria. A tal proposito si può anche pensare al marketing, che studia le modalità attraverso cui i clienti (sempre loro…) sono maggiormente e più profondamente influenzabili (persino tramite la disposizione e di colori delle merci all’interno di un supermarket, oltre che nell’itinerario attentamente previsto in un centro commerciale!) nell’ambito del processo decisionale che porta all’acquisto di qualcosa che probabilmente è non necessario, se non addirittura dannoso.

Sul nostro problema, recita con autorovelezza la Treccani: “da un lato, l’economia si è aperta all’interazione con altri campi di studio, in particolare con la psicologia e le neuroscienze; dall’altro lato, gli economisti hanno sviluppato un rigoroso lavoro d'analisi sul campo, basato sull’osservazione diretta dei comportamenti in esperimenti controllati […]. L’attività sperimentale, tipica della psicologia, [...] [è] ormai diffusa anche nella ricerca economica” (link): e il ruolo della razionalità, anche solo strumentale - quale mezzo che adegua i mezzi ai fini-, è stato profondamente ridimensionato nei processi di scelta operati (ma quanto personalmente?) dall’uomo contemporaneo. Ovviamente, bisogna tenere presente anche i bisogni “ideativi”, “immaginativi”, sociali e emotivi, sempre presenti, oltre a quelli pervicacemente indotti da fonti “interessate”, oggi ubiquamente e subdolamente operanti come la proverbiale goccia cinese. La psicologia, d’altronde, emerge anche per la “mentalizzazione” della società contemporanea.
D’altra parte, la vaghezza e il semplicismo di certe teorie e pratiche psicologiche (si pensi al problem solving o a vari schemi comportamentisti) non esclude, da un lato, una certa rigidità quasi compensatoria, e talora draconiana (summa lex summa iniuria!), nell’applicazione dei “protocolli”, questa sorta di ondivaghi idoli postmoderni tutti orientati alla tecnica e contro l’uomo), dall’altro lascia spalancate varie “fessure” in quella che dovrebbe costituire una muraglia epistemica: fessure che divengono voragini, a volte, facendo il gioco di una lucrosa interazione tra le due discipline, con la facile penetrazione di modelli statistici e teorie e lemmi economicisti nella psicologia medesima (e viceversa): con ciò, da un lato quest’ultima si mostra agevolmente permeabile a pesanti influenze esterne (un problema epistemologico), dall’altro potrebbe essere facilmente ridotta a “stampella del sistema” (una questione “metapolitica”, ovvero di “politica occulta”). Si pensi, ad esempio, a quelle trasmissioni in cui, per compatire il carnefice di turno, vi è la presenza fissa del prete alla moda, compassionevole sino alla svenevolezza, del sociologo illuminato e bonariamente semplificatorio, e del pensoso, quasi amletico psicologo, che pone problemi, generalmente senza risolverli, e anzi avvitandosi in teologumeni psichici di dubbia validità ed efficacia. Tre tipi antropologici ben definiti, che fanno parte di un preciso spettacolo, ossia di una precisa messa in scena. Ma tali discipline, più che la soluzione, in questi casi esprimono il sintomo di un problema epocale perché radicale, epperò costantemente rimosso: quello della cultura occidentale e dei suoi circoli viziosi teoretici, che si trasformano repentinamente in “cortocircuiti”, prima teorico-semantici e poi pratici.

L’homo oeconomicus domina l’orizzonte postmoderno: mors tua, vita mea. Questa è la legge della giungla che attanaglia anche gli elementi sani nella loro vita ordinaria. La psicologia, che a volte scambia la mente con l’anima, non pervenendo ad alcun risultato autenticamente terapeutico a motivo di questo stesso errore, banale ma significativo, “di riconoscimento teoretico”, risulta però paradossalmente efficace quale base teorico-sperimentale di certa economia: il cui significato iniziale, per etimologia, era, com'è noto, tutt’altro da quello attuale. Muta così la teoria economica, oltre che il rapporto tra teoria e realtà: in una fluttuazione continua che è lo stigma – diremmo quasi la Stimmung - della esiziale precarietà postmoderna.

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