Con gioia e con una certa emozione pubblico un articolo (apparso nel 1932 sulla rivista di Unione Storia edArte) a firma di mio nonno Alarico Lanzi, straordinario epigrafista, archeologo, conoscitore profondo della storia romana e sopratutto della “Roma sotterranea” pagana e cristiana attivo dal 1915 al '45. Amico di Giacomo Boni, di Trilussa e inserito in quell’ambiente romano che ruotava intorno al Boni, scrisse decine di articoli. Appartenente alle più note associazioni romane del periodo precedente la guerra (Te Roma Sequor, Onofrio Panvino e moltissime altre), detentore della tessera numero 3 dell’archivio segreto Vaticano (il che la dice lunga). I lettori scuseranno un certo stile e linguaggio "aulico" caratteristico dei tempi. Cercheremo di estrarre altri suoi articoli in cui compaiono informazioni su personaggi particolari e su luoghi oggi scomparsi.

1084 fonte di giuturnaPer oltre quattro secoli il primitivo popolo di Roma si dissetava con le acque dei pozzi e delle cisterne, con quella raccolta dal Tevere e filtrata in fittili vasi, e dalle sorgenti che erano nella città. Quando poi la repubblica ebbe vinti e soggiogati i popoli viciniori, le locali acque divennero insufficienti, se ne aumentò la quantità con l’indotto di altre acque, per mezzo di acquedotti le cui sorgenti scaturivano lontano dalla città.

Occupiamoci ora delle numerose sorgenti locali che riguardano più direttamente il nostro argomento.

Il fonte più antico e venerato dai Romani era il Fonte Lupercale, sacrosanto a Fauno Luperco, sito in un antro del Germalo che faceva quasi angolo fra il Circo Massimo e il Velabro, dove, secondo la leggenda, i gemelli Romolo e Remo, figli della vestale Silvia e del dio Marte, furono portati alla deriva dalle gonfie acque del Tevere, quando per ordine del loro indignato zio, il re di Alba, vi furono gettati. La leggenda narra che una lupa, di fresco sgravata, allattasse i due gemelli e così dal nome del fiero animale derivò il nome di Lupercale. Ovidio nei Fasti ce ne racconta la pietosa storia e ce ne offre un commovente quadro: constituit et cauda teneris blanditus alumnis et fingit lingua corpora bina sua.[1]

A Romolo si attribuisce inoltre l’istituzione dei Luperci, Sacerdoti del dio Pan, e le feste Lupercali, che si celebravano il 18 Febbraio e che si ritenevano propiziatrici della fecondità e del felice parto delle donne.

Nel foro romano, presso il tempio dei Dioscuri, dalla rupe palatina sorgeva il Fonte di Giuturna, che, secondo il Lanciani, è più volte è scomparso e riapparso. La leggenda dice che Giove, posseduta la bellissima Giuturna, figlia di Diana e sorella di Turno, volle premiarla tramutandola in fonte. A questa fonte vuolsi che si presentassero nel 496 a Roma Castore e Polluce, anch’essi figli di Giove, e che i medesimi avvisassero i Romani della loro vittoria conseguita sui Latini, anche con il loro aiuto, presso il lago Regillo, e perciò i Romani riconoscenti eressero loro il tempio di cui rimangono le tre colonne corinzie.

Sotto l’Aventino e di fronte al Tevere sorgeva, con salubri e copiose acque oggi completamente scomparse, il Fonte di Pico, figlio di Saturno e antico re del Lazio, marito di Venilia, figlia a sua volta di Giano, che per la sua passione per il canto fu chiamata Canente. Un giorno Pico, avendo malauguratamente respinto le proposte d’amore di Circe, fu da questa trasformato in uccello, e così mutato, essendo solito venire a dissetarsi colà, rimase alla fonte il nome di Pico.

Nel carcere inferiore di Mamertino – Tulliano, situato sotto la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, nel Foro Romano esiste tuttora il Fonte Tulliano, ove una pia ma fondata tradizione vuole che per ordine di Nerone fossero incarcerati San Pietro e San Paolo prima di subire il martirio, e che la fonte stessa, fatta nascere miracolosamente da San Pietro, servisse per il battesimo dei suoi carcerieri, Processo e Martiniano, e d’altri 47 martiri che abbracciarono la fede cristiana.

La più accreditata voce è che il nome di Tulliano deriva da Tullus, vocabolo tosco che significa “polla d’acqua”. Secondo altri deriva da Servio Tullio e Anco Marzio, che ne furono i fondatori. Era situato a 3,87 metri dall’antico piano di Roma. Vi furono rinchiusi e uccisi, tra molti altri, Caio Ponzio Sannito, Giugurta e i complici della congiura di Catilina. In tardi tempo fu consacrato al culto cristiano.

Alle falde del Celio, nell’ex vigna dei frati camalodlesi, presso villa Mattei, sorgeva il Fonte di Mercurio, che rende ancora una media di circa 100 once d’acqua[2]. Poiché la sua acqua era considerata un dono di Mercurio, Marco Aurelio vi fece erigere un tempio in onore di questo dio.

Poco lontano dalla suddetta fonte sorgeva la Fonte delle Camene, col suo boschetto, entrambi sacri alle Muse. Secondo il Lanciani, le sue sorgenti erano nell’antica villa Bettini e poi per due vene distinte, scendevano alla villa Mattei, dando origine ad altre due credute fonti, chiamate Fonte di Egeria la superiore e Fonte di Apolline la inferiore.

Altre piccole e secondarie fonti, che sarebbe troppo lungo ricordare, sorgevano nell’antica Roma. Alcune di esse, secondo il Lanciani, sarebbero dovute confluire nell’antica Porta Fontinalis delle mura Serviane, da taluni creduta erroneamente quella esistente nella piazzetta di Magnanapoli. Cicerone[3] parla anche delle fonti arae, ch’erano alle falde del Gianicolo, presso il sepolcro di Numa. Molte vene d’acqua si sono poi trovate alla quota di 30 e 40 metri nello scavare le fondamenta delle costruzioni odierne sull’Esquilino, specialmente nei pressi della chiesa dei Santi Pietro e Marcellino e lungo il tratto della Via Merulana.

Altre fonti oggi attive, ma che gli antichi avranno certo dovuto conoscere, sono le seguenti.

Il fonte delle Api, situato al basso di una salita che conduce agli orti Vaticani, alimentato da una vena scoperta nel 1637. Urbano VII vi fece costruire dal Bernini una fontana e ha una portata di due once d’acqua.

L’acqua Damasiana, che papa San Damaso raccolse intono all’anno 367 e portò nell’atrio di San Pietro, nasce in Sant’Antonio fuori Porta Cavalleggeri, e ha una portata di quattro once. Ora trovasi nel cortile delle Logge del Vaticano, detto perciò di San Damaso.

Il Fonte delle Grazie, situato all’angolo della chiesa di Santa Maria delle Grazie, presso la Porta Angelica, proviene da una sorgente che Francesco Antonio Buffa, frate agostiniano, scoprì nel 1697, alle pendici del giardino di Belvedere.

L’acqua Lancisiana, che nasce ai piedi della salita di Sant’Onofrio sul Gianicolo, e che papa Clemente XI nel 1720, per iniziativa del Lancisi, illustre fisico dal quale prese il nome, fece raccogliere e portare nell’Ospedale di Santo Spirito e per la quale nel 1830 Pio VIII fece costruire una pubblica fonte sul lato sinistro dell’antico porto Leonino.

L’Acqua del Grillo, piccola sorgente che sgorga alla falda meridionale del Quirinale e forma una fontana nel palazzo del Grillo, da cui prese il nome.

Inoltre sono da ricordare l’Acqua Pia, nascente fuori Porta San Pancrazio e che Pio IV allacciò formandone una fontanina a Porta Cavalleggeri, ora perduta; l’Acqua di San Felice, nascente dal colle omonimo, e altre numerose e piccole sorgenti.

Ma anche altre due acque medicinali, oltre alla Lancisiana già citata, si annoverano tra le sorgenti di Roma. L’Acqua Santa, che nasce fuori Porta San Giovanni, fin dal XIV secolo è riconosciuta come salutare. Per qualche tempo andò smarrita, finché Paolo V, nel 1616, la recuperò. Soffrì in seguito alcune devastazioni, finché nel 1818 Pietro Fumaroli vi eresse comodi bagni. Cassio osservò presso le sue sorgenti costruzioni e opere musive antichissime e ciò conferma che anche i nostri avi ne conoscevano i pregi.

L’Acqua Acetosa, fuori Porta del Popolo, presso il Tevere, ben conosciuta e stimata dai quiriti romani, è dotata di tre fistole che versano l’acqua in tre conchiglie. La fonte fu ripristinata da Paolo V nel 1613 e decorata da Alessandro VII nel 1661, e di nuovo abbellita da Clemente XI nel 1712, come si evince dalle tre iscrizioni latine che campeggiano sulla facciata. Oggi l’Acqua Acetosa è ancora l’orgoglio e la delizia dei Romani[4]

Queste, in breve, le notizine sulle principali acque locali di Roma nostra, che non ha torto di essere stata proclamata Regina.


Alarico Lanzi


[1]C’era non lontano un sacro luogo, coperto da un folto bosco, e una roccia cava dalla quale sgorgava una sorgente; si diceva che il bosco fosse consacrato a Pan, e ci fosse un altare dedicato al dio. In questo luogo, quindi, giunse la lupa e si nascose. Il bosco non esiste più, ma si vede ancora la grotta nella quale sgorga la sorgente, costruita a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo, e vicino c’è un recinto nel quale è una statua che ricorda la leggenda: rappresenta una lupa che allatta due neonati, le figure sono in bronzo e di antica fattura. Si dice che in quest’area ci sia stato un santuario degli Arcadi che, in passato, giunsero qui con Evandro”. Dionigi di Alicarnasso. Op om.

[2] Nel 1930 ciò era ancora vero. Oggi anche tale fonte è ovviamente scomparsa

[3] De Legibus, II, pag,. 22.

[4] Magari fosse così: inquinata dagli scarichi degli edifici circostanti è ormai chisa da circa 30 anni!

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