Benché Faust sia una figura rinascimentale, nata dallo spirito contestatario (più che protestante) tedesco, l’archetipo di questo personaggio è ben più antico, addirittura precristiano, ed è forse lo stesso che ha dato vita a vari personaggi mitologico-letterari tra cui Prometeo, il semidio che ha sfidato gli Dèi per migliorare la condizione umana, Pigmalione, l’artista che  voleva donare la vita alle proprie opere d’arte, Don Giovanni, che ha sfidato la morte per soddisfare la propria fame d’amore, lo gnostico ed eretico Simon Mago e il famoso Mago Merlino.

Si tratta dell’archetipo della hybris incarnato nell’uomo che non accetta i propri limiti e conduce la propria vita nel costante tentativo, quasi sempre frustrato, o, anche quando vittorioso, alla fine fallimentare, di superarli.

Il mito di Faust si riveste della forma letteraria a molti nota nel 1587, quando l’editore francofortese Johann Spies pubblica il manoscritto anonimo del Faustbuch col titolo completo di Historia von D. Iohan Fausten. In questa primissima versione del mito la narrazione risente ancora della cultura religiosa allora dominante, da cui la Germania si sta velocemente e dolorosamente staccando grazie al protestantesimo. Infatti il Volksbuch narra il destino del sapiente, scienziato e chierico Doktor Faustus, che per saziare la propria sete di conoscenza, ma anche i propri desideri carnali, stringe un patto col diavolo, che prevede che lo spirito maligno servirà lo scienziato per 24 anni, e alla sua morte ne otterrà l’anima. Il finale insiste molto sul pentimento del Doktor, che nei mesi e nelle settimane immediatamente antecedenti allo scadere del periodo pattuito si pente delle proprie azioni e cerca di allontanare da sé i suoi studenti e di indirizzarli sulla strada dell’umiltà e della modestia.

A partire da questa prima apparizione del personaggio, e fino a tutto il XXI secolo, il mito di Faust è sempre stato interpretato in chiave “infera”. Soltanto il genio di Goethe, anticipato di pochi anni dai Frammenti di Lessing del 1755, è riuscito a cogliere il messaggio luminoso di questo archetipo.

Esamineremo dunque come Faust sia in effetti ein Deutscher Mann, un uomo tedesco che incarna non solo la Sehnsuch (nostalgia) per una condizione perfetta da cui ormai l’uomo moderno è decaduto, ma anche lo Streben nach, quell’anelito invincibile e inarrestabile che sospinge l’uomo sempre avanti.

In questa chiave, la Magia a cui Faust ricorre nella versione goethiana non è quella dei grimoires, o meglio, non è solo quella, e non lo è inizialmente. È la magia rinascimentale, la magia naturalis, che doveva fornire le conoscenze e le esperienze che avrebbero permesso di indagare was die Welt im Innersten zusammenhängt, ossia quel quid “che tiene insieme il mondo”.

In questo nuovo e dettagliato quadro generale, Mefistofele non può che apparire come un armer Teufel, un povero diavolo che offrirà a Faust piaceri che non basteranno a soddisfare la sua anima umana (e perciò anche divina).

Alla sua prima “manifestazione” Mefistole si mostra come un servo infido e strisciante al cospetto del Signore Solare (Prologo in Cielo, I 111 versi divini). In seguito lo vediamo come can barbone dietro la stufa, e poi come servitore di Faust. Nel Faust II la sua caricatura si completa durante la scena ambientata nel regno delle Madri, in cui Mefisto appare come un infiltrato indegno di stare al cospetto con i personaggi inferi della mitologia greca.

Contemporaneamente assistiamo a varie estrinsecazioni della “magia”. Quella compiuta da Faust, con l’evocazione dello Spirito della Terra, è autentica, e per questo ha un potentissimo effetto sull’anima di Faust. Quelle di Mefistofele sono poco più che fattucchierie (scene: la cucina della strega e il quadrato magico, l’evocazione di Elena, la fantasmagoria del denaro).

Ma il senso profondo dell’opera di Goethe, e la vera rivoluzione che l’autore ha portato nel mito faustiano, non possono essere colti se non si comprendono bene i termini esatti del patto, che si articola in sei momenti: il prologo in cielo, la morte di Margherita (gerichtet/gerettet ossia condannata e salvata dalla magia dell’amore); la conditio sine qua non (“Potessi dire all’attimo: Fermati dunque, sei così bello”); Faust, Elena e “quell’attimo” che Mefistofele perde; la morte di Faust; la salvezza che procede dall’Eterno Feminino.

In Goethe la storia di Faust diventa una vera e propria storia della Salvezza, che si attua, prima ancora che nella realtà degli uomini, nella mente di Dio.

E benché Mefistofele affermi di non fare nulla um Gottes Willens, ossia gratuitamente, ma anche per volontà di Dio, in realtà tutto si svolge secondo la divina Volontà.

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