Se dovessimo indicare le due essenziali caratteristiche della fase terminale della dissoluzione postmoderna, certamente utilizzeremmo questi due termini: velocità e artificio. Sull’accelerazione, che muterà infine il tempo in spazio, solidificandolo, ha scritto pagine memorabili R. Guénon: motus in fine velocior. D’altra parte, l’artificio, in nuce, costituisce un tratto distintivo della cultura occidentale fin dall’introduzione tardomedievale, in arte, della prospettiva “lineare”; laddove il barocco ha condotto questa attitudine ai massimi risultati estetici (ma, a ben guardare, anche “ideologici”: l’illusionismo artistico come riflesso della caducità, si direbbe della maya, mondana; ed anche la storia costituisce, tutto sommato, una illusione, ad osservare la sovrapposizione di momenti cronologicamente distanti nella pittura medievale).

Nel contesto di una tale temperie si inserisce il culto – diremmo l’idolatria – delle procedure (le cdd. “buone pratiche”: si pensi alla renziana “buona scuola”, che grida vendetta al cielo); cui fa da contraltare la bolsa retorica dei sentimenti: a scuola non si apprendono più i contenuti, ma le “competenze” ed i “metodi”; le sentenze, oggi, vanno emesse in nome della vittima (non del popolo italiano!); a giustificare il vincolo matrimoniale, in specie per gli omosessuali, non è l’oggettività della fedeltà, ma la soggettività dell’”amore” (delle passioni e dei desideri transeunti); le ONG – composte da incredibili concentrazioni alchemiche di San Francesco – agiscono per la salvezza di decine, centinaia di migliaia di vite di “profughi” (ma contro le leggi dello stesso stato in cui esse scaricano questo materiale umano); Lo stesso Pontefice, profeta buonissimo, sembra seguire un certo filone “pop” per (egli però, misteriosamente, non “accoglie” in Vaticano); per passare la minestra ai poveri a Termini, è necessario fare un corso organizzato dalla “Caritas”: anche la carità, degenerata a sentimento ricattatorio, è stata rivisitata e sottoposta all’imperio del protocollo.

Non più la politica e la religione, quindi: ma la tecnica e i sentimenti, due facce della stessa medaglia dissolutoria.

I protocolli non sono altro che la ipertrofia di quella voluttà del dominio, invalsa da tempo in Occidente con la glorificazione liberale dell’io: si tenta di imbrigliare la realtà, vista come meccanismo da controllare (e da prevedere nelle sue variabili fattuali).

Tuttavia, come nel caso della tecnica, è il medesimo culto della procedura a soggiogare inevitabilmente l’uomo. L’automatismo che ne consegue vorrebbe rendere la procedura snella, riuscendo invece spesso a complicare le cose ed introducendo la monade occidentale nel labirinto senza uscita dal moloch burocratico.

Il medico che si attiene alle procedure – non necessariamente in vista della salute del paziente — non ha nulla da temere; non così il professionista che privilegia la vita del malato: egli, scavalcando il protocollo in vista del bene maggiore, rischia grosso (come si è visto nel caso di Nola). Meglio morire comodi che essere curati dove e come si può. Siamo tutti impiegati del catasto, altrimenti arrivano gli ispettori del Ministero.

            Tutto ciò pone alcune questioni di non poco momento:

  • La distinzione tra norma, legalità e legittimità, che va sempre più sfumando nell’arbitrio di un novello legalismo farisaico (ma continuamente cangiante, a seconda dei tempi e delle fisime del momento);
  • la insorgenza minacciosa e proterva della casta degli iperspecialisti, il cui arbitrio è pressoché inappellabile perché troppo occultamente mascherato da tecniche e usi linguistici obliqui; essa utilizza e promuove una neolingua che è spesso un impasto di anglismi e oscene deformazioni dell’italiano;
  • il proliferare delle carte, dei codicilli e di regolamenti tanto vacui quanto volatili, epperò inflessibili;
  • la necessità, per chi è costretto a star dietro a tutto questo, di velocizzare la propria vita sino al multitasking, al vertice dell’insignificanza e, quindi, all’angoscia.

È ovvio che il demone liberale, che conosce solo l’utile individuale e nega strutturalmente il bene comune, ha condotto ineluttabilmente a ciò: siamo di fronte, infatti, ad una autentica ideologia, che nega buon senso, consuetudine, sostanza, personalità umana e Stato. La dittatura delle opinioni e dei sentimenti si sostituisce all’autorità legittima; il caos teoretico, etico ed estetico è l’esito di tali ideologumeni. Come nella messa, nel processo e nel teatro, la componente “rituale” si è decomposta in deteriore ritualismo, mentre l’uomo risulta spersonalizzato ed asservito alla logica del proceduralismo profetante.

É il trionfo del delirio tecnocratico, che si applica anche laddove uno non se lo aspetterebbe: nella psicoterapia, ad es., che vorrebbe curare i mali dell’anima focalizzandosi sulla psiche (!), attraverso un contraddittorio impasto di protocolli, “tecniche”, contratti e relativismo soggettivistico.

D’altronde, lo stesso Papa, sovrano dei buoni sentimenti e dell’attivismo, ammette di “essere stato seguito da una psicanalista e di averne tratto beneficio”: con il che, la sciocca burla di Nanni Moretti si è dimostrata reale (in parte: andò dalla psicanalista quando aveva 42 anni).[1]

La cd. “civiltà occidentale”, già nichilisticamente compiaciuta del suo tracollo, giace sugli ectoplasmi dei terrori e del sezionamento antropologico che tuttora alimenta, per inerzia, con le casistiche di conio gesuitico (che essa stessa ha fantasmaticamente prodotto): la controreligione finale, a ben guardare, priva tuttavia del tragico empito dell’Avversario. Non ci sono più confessori, mentre gli psicologi, i burocrati e le “brave persone” sono legione. E siamo ancora agli inizi.

 

[1] http://www.ilgiornale.it/news/politica/confessione-bergoglio-sono-stato-dallo-psicanalista-1436302.html

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