“La natura selvaggia è tutt’uno con la santa povertà e anche con la fanciullezza spirituale; essa è un libro aperto che contiene un insegnamento inesauribile di verità e di bellezza. E’ nel mezzo dei suoi artifizi che l’uomo è più facilmente corruttibile, sono essi che lo rendono concupiscente ed empio, accanto alla natura vergine, che non conosce né agitazione, né falsità, aveva la possibilità di rimanere contemplativo come la natura stessa”.

(F. Schuon: Sguardi sugli antichi mondi)     

 Questo estratto, lievemente rielaborato nella circostanza, fa parte di uno scritto più vasto che sarà dedicato alla spiritualità dei popoli nomadi nativi del Continente della Tartaruga occupandone quella parte della regione settentrionale conosciuta con l’indicazione topografica di Grandi Pianure.

Di queste etnie e delle relative cosmologie parlò René Guénon nel suo Simboli della Scienza Sacra nonché Frithjof Schuon che ebbe diretti colloqui con il celebre Alce Nero. A questi nativi Schuon dedicò un intero libro dal titolo Il Sole piumato, impreziosito da numerose illustrazioni firmate dall’autore. Lo scopo di questo scritto si focalizza sulla volontà di contribuire, almeno minimamente, alla conoscenza di uno dei tanti popoli che vissero pienamente la Tradizione e che ebbero le “lingue tagliate” nelle pagine della storia a loro dedicate scritta dai vincitori e di confrontare le etiche che discendono dall’opposta concezione antropologica dell’essere umano.

Solo per fortunate circostanze questi emarginati ci hanno potuto partecipare, attraverso le loro testimonianze dirette, almeno una piccola parte del loro sapere spirituale. Esso riposa tutto, a modesto parere di chi scrive, sulla fonte perenne della Tradizione Primordiale, ed è quindi conseguente considerare tale sapere e i culti che ad esso si accompagnano con pari dignità rispetto alle manifestazioni dello Spirito di altre tradizioni che sono state nel tempo più approfondite negli studi perennialisti, come per esempio la tradizione vedica della quale si hanno ben più cospicui apporti bibliografici.   

 

La ricerca del Sé

“La creazione non è altro che la manifestazione dell’essere divino nascosto.”

(Philip Sherrard)

 Il nativo americano considerava se stesso come un essere bi - unitario. Le espressioni “angelo custode“ o “daimon – custode” che si rivelano così nebulose e “filosofiche” alle nostre orecchie scettiche di occidentali evoluti, perduto ormai totalmente il significato vivente dell’espressione, costituivano invece la realtà fattuale della persona indigena. Per questo il giovane, una volta entrato nella sua adolescenza, ricercava, proprio nel cuore dell’inabitato, dove più forte si avvertiva la presenza spirituale, il suo “spirito guardiano, ”il doppio” del suo essere che lo avrebbe accompagnato nel corso dell’esistenza. Il termine “guardiano” denuncia esattamente la parentela con le figure spirituali prima menzionate.

Le modalità della ricerca sono variabili ma, in definitiva, si concentrano in una serie di passaggi ineludibili che sono poi propri a tutte le iniziazioni.

Il primo stadio è costituito dalla purificazione che si compie nelle celebri capanne sudatorie dove, naturalmente, ci si depura, oltre che delle tossine fisiche, anche dei residui psichici inevitabilmente accumulati, levigando così la superficie specchiante del cuore affinché questo sia pronto a ricevere la ricercata visione.

 

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Fig. 1 La capanna sudatoria (Initi) 

La capanna sudatoria è un elemento tipico della cultura lakota. Essa assolve un duplice scopo rinforzare l’elemento immateriale del praticante depurandolo parimenti di ogni impurità. La Initi ha una base circolare perché il cerchio è la rappresentazione della perfezione dell’universo da cui discendono le forme naturali ad es. il nido degli uccelli, la capanna abitativa, la pianta del villaggio. L’”alzato” dell’initi è costituito da 12 o 16 rami di betulle ricoperti un tempo da pelli di bisonte (oggi da coperte) che formano una cupola con l’ingresso rivolto all’est.  Al centro una buca, anch’essa circolare, che rappresenta l’universo, le pietre bollenti, che vengono deposte sul braciere ardente, rappresentano invece la terra. La simbologia si arricchisce di mille altri elementi, impossibili da trattare. Comunque quando detto è l’essenziale. La complessità dei significati che scaturiscono da oggetti “poveri” non impedisce loro di rimandare ad archetipi cosmologici.

 

 Tutto questo avviene sotto la vigilanza e con l’ausilio di un anziano che ha in cura l’allievo, è lui il maieuta preposto alla “crescita” spirituale dell’adolescente. La proibizione dell’impiego capanna sudatoria da parte dei governi statunitensi, che si sono nel tempo succeduti, fu astutamente pianificata proprio allo scopo di spezzare questo contatto con il mondo di sopra (aprendosi poi, nel tempo, con grande solerzia quello di sotto) ritenuto elemento imprescindibile per la formazione dell’uomo lakota. Infatti, queste istruzioni ricevute in via soprannaturale erano l’elemento formativo primario della persona indiana, in assenza di esse egli veniva annullato nella sua identità sostanziale. 

Dopo questi atti preliminari di purgazione il giovane si allontanava dalla sua gente. In queste giornate lo spazio che il neofita si costituiva all’interno dell’inabitato era da questi ritualmente cosmicizzato e quindi ordinato secondo precise modalità di orientamento, dal momento che, secondo la tradizione nativa, ogni direzione dello spazio aveva una specifica qualità ed era apportatrice di specifiche comunicazioni. Lo spazio, come il tempo del resto, era appunto qualificato, in maniera nient’affatto dissimile da quello riconosciuto alle tradizioni più “evolute” (si pensi alla groma dei Romani quale strumento ordinatore dello stesso).

Qualcuno ha scritto (e con ragione) che, a prescindere da luoghi, tempi e latitudini le “visioni”, ricercate e/o occasionali che esse siano, sono state sempre ricevute in luoghi aperti e incontaminati e non saranno certamente gli Indiani a costituire l’eccezione alla regola. Ciò suggerisce, di converso, quanto delittuoso sia, da un punto di vista spirituale, maneggiare l’ambiente che è sempre il riflesso, l’apparenza, l’ombra di una realtà extra empirica.

Se ogni cosa è quindi wakan, ovvero sacra in un certo e variabile grado, essa possiede un potere proporzionale al grado di realtà spirituale che esso riflette. Dotato di una “doppia” vista, ovvero della vista “primordiale” con la quale percepirà spontaneamente i diversi livelli gerarchici di realtà che procedono ascensionalmente dal dato empirico, per il nativo, la Terra non sarà soltanto la materia percepibile o la sola Sostanza universale ma le due insieme, poiché l’una è nell’altra. Per conseguenza la materia percepita dai suoi sensi sarà per lui l’apparenza materiale della sostanza divina (cfr. F. Schuon: 2000, 78).  

La natura selvaggia per quei popoli era l’espressione comunicata della bellezza, una bellezza che discendeva da una disposizione divina, una bellezza per costoro sempre evidente che sarà costantemente rimarcata e  rimpianta nella memoria collettiva delle etnie come qualcosa che non potrà più tornare perché ormai, come accade in un’immagine sfregiata che si coglie in uno specchio rotto, l’armonia del mondo è frantumata e nulla potrà nel presente ciclo restituirgli l’integrità perduta.

Non per nulla, pur se posti davanti alla magnificenza dei templi costruiti dagli uomini per ospitare gli dei, gli stessi Antichi, sulle cui spalle riposiamo, sapevano che nulla di quanto costruito dall’uomo aveva paragone con la natura intatta.

Così, spigolando, sentiamo Plutarco affermare: “ Il mondo è un tempio santissimo (…) L’uomo vi penetra nel giorno della sua nascita e vi contempla(…) gli oggetti sensibili fabbricati dice Platone, dall’Intelletto divino perché siano copie degli Intelligibili”. A propria volta Cleante paragona “la religione cosmica a un’iniziazione”…. Questo sentire il mondo come tutto divino, ci è profondamente appartenuto, ed è lo stesso sentire dei Pellerossa. Anche per costoro il mondo è un tempio riempito dalla presenza divina, un tempio nel quale occorre comportarsi con la santa riverenza di un iniziato dal momento che, come annota, a propria volta, Aristotele: ”Il primo effetto dell’iniziazione nel tempio mistico del mondo non è una conoscenza, ma un’impressione, un sentimento di timore reverenziale e di ammonizione alla vista dello spettacolo divino offerto dal mondo invisibile”.

Null’altro di diverso annotava lo Shuon, nel testo già ricordato dedicato al suo personale incontro  con i Lakota, dove si riproducono e commentano brani delle loro memorie di consimile contenuto.

Per conseguenza, confinato in questo luogo vergine, il giovane sviluppava in massimo grado la sua attenzione spirituale e, nel mentre, stabiliva un centro ideale che rappresentava una sorta di invisibile altare che fungeva da mediatore tra Cielo e Terra. Qui pregava rivolgendosi sempre al “Grande Misterioso” affinché gli inviasse la visione del suo spirito guardiano, motivo della sua segregazione dal gruppo.

La visione consisteva nell’apparizione teofanica di un animale guida o di un emblema delle forze della natura, la “presenza” si poteva presentare sia nello stato di veglia, sia durante il sonno, in forma di sogno. Tale controparte avrebbe accompagnato il giovane adolescente nel corso della vita e, verosimilmente, …anche oltre .

Un proverbio degli Ojibay recita: “Nessun uomo sarà mai se stesso se non ha ancora avuto una visione”, che assona tanto con “Chi conosce se stesso conosce il suo signore”. Infatti, è solo attraverso questo passaggio che l’indiano scopre, con la rivelazione di una teofania, il suo doppio celeste formando così una bi-unità. Solo da quel momento è se stesso. 

L’impedire tale riunificazione è semplicemente un delitto spirituale.

La separazione dal gruppo, rappresentava per l’adolescente un momento davvero traumatico dal momento che la vita indigena è fortemente comunitaria ed è evento raro quello di potersi trovare da “soli”. A questo allontanamento si accompagnava anche una ristretta disciplina alimentare contrassegnata anche da severi digiuni. Anch’essi assumevano scopo purificatorio. Tuttavia tali pratiche, cui qui sommariamente si accenna e che trovano maggiori dettagli in una vasta letteratura, non erano complessivamente esasperate: l’allontanamento, con tutti gli annessi e connessi, come si sono qui brevemente descritti, durava dai tre ai quattro giorni.

Al termine di questo ritiro spirituale il giovane si riaggregava al gruppo. L’anziano che lo aveva in tutela era informato quindi dell’avvenuto incontro e interpretava e chiarificava i contenuti dei racconti degli iniziati e inoltre forniva loro ulteriori informazioni e istruzioni perché procedessero autonomamente nella loro esistenza dal momento che ormai costoro erano “persone”. Per conseguenza i nuovi adulti della società ricevevano istruzioni e raccomandazioni affinché questa presenza spirituale potesse essere evocata in vari momenti cruciali e topici della vita, al fine di soccorrere adeguatamente la loro controparte terrena.

Queste entità spirituali, che sono associate all’individuo, strette a lui da un cordone ombelicale invisibile d’ordine spirituale. Un tempo, in momenti di civiltà spirituale più sana, queste controparti erano familiari anche nella cultura occidentale e costituivano parte integrante della persona. Come detto altrove l’avere respinte ai margini del favolistico significa aver mutilato antropologicamente l’essere umano.

Il daimon custode, definizione origeniana del Sé invisibile, tanto per stare tra il “pagano” e il cristiano, non è un’aggiunta posticcia all’individuo storicamente dissolvibile secondo le circostanze, quanto piuttosto elemento costitutivo della persona, sopprimerla dal nostro orizzonte costituisce una vera e propria resecazione spirituale, sulla cui portata ben si è espresso Henry Corbin con parole che davvero pesano come macigni sulle nostre coscienze di uomini “evoluti”.

Così scrive in un passaggio del suo libro “Il Paradosso del monoteismo”: “Fuori da questa funzione teofanica ed ermeneutica dell’Angelo, ogni altro mondo è soltanto silenzio per l’uomo. La sua ascensione spirituale di Cielo in Cielo, di mondo in mondo, non può realizzarsi senza la conduzione dell’angelo. Non trovare o perdere il contatto con l’Angelo significa dunque smarrirsi nel deserto dell’incerto e dell’inconoscibile, significa ‘disertare’. Ancora, in un altro passaggio tratto dal suo libro dedicato al “Tempio”, scrive: “La causa che ha innescato questo ciclo è il desiderio malvagio delle anime individuali, che rinunciano al loro stato di individualità angeliche per rivestire, cedendo a un’inclinazione aberrante, la maschera di individualità fisiche materiali”.

Ecco questo è il punto su cui converrebbe grandemente riflettere. Il Nativo “vedeva” la realtà il mondo in maniera totalmente diversa dall’occidentale che sembra non avere più alcuna predisposizione innata della visione e separa i due emisferi conoscitivi come realtà tra loro non coniugabili. Per il primo tutto è animato, tutto è teofania, tutto è “dio” nelle cose, per l’altro invece il mondo è letteralmente dis-animato un orologio caricato dall’orologiaio all’origine e messo a disposizione del suo migliore utilizzatore.

Esattamente, nel libro di Alessandro Martire intitolato Wakan Tanka è riprodotta la perfetta diagnosi degli effetti conseguenti a questa mutilazione intesa come perdita del centro:

 Voi credete che io abbia visioni perché sono un indigeno del continente della Tartaruga, che Voi chiamate America, io ho visioni perché vi sono cose da vedere e che voi bianchi non siete più in grado di vedere perché lontani dal vostro centro e dal centro della vita”.

Qualcuno (Jean Borella) ha affermato che il cristianesimo, più che una religione del Libro è (del tutto legittimamente, naturalmente) una religione della Parola. Ebbene se dovessimo concentrare in una definizione altrettanto sintetica la religione contemplativa dei Lakota potremmo dire che essa è una “religione della visione”.

Tuttavia sospettiamo che l’ermeneutica della parola, senza il sostegno della visione, sia comunque monca e priva del suo dato più essenziale e cioè quello della partecipazione diretta alla realtà della Parola. Schuon ha voluto accostare alcuni tratti della religione pellerossa a quella descritta dai Veda, ecco, non dimentichiamo, che i “Veda” furono appunto “visti”.  

Queste affermazioni inoltre sottendono un ulteriore significato “teologico” che, se non opportunamente evidenziato, potrebbe sfuggire. Il soggetto che nel piccolo brano evidenziato parla della visione, è estraneo all’idea di una corruzione originaria della creazione perché, appunto, ha i mezzi che gli permettono la convocazione spirituale del mondo invisibile e “angelico”, opportunità che egli ripristina per mezzo della visione. Egli può vivere senza contraddizione il doppio livello di lettura della realtà, perché è in grado di realizzare in termini interiori quel passaggio tra apparenza e apparizione su cui in diverse circostanze ci siamo intrattenuti. Correlativamente è a lui estranea quella nozione di “peccato originale”, cui consegue come rimedio il rito del battesimo, che costituisce il fulcro della religione cristiana (a qualcuno piace dire dell’iniziazione cristiana).

Ogni vita è santa già dal suo esordio perché partecipa di questa doppia natura dall’origine e i nuovi nati, per le comunità autoctone, non portavano con se alcuna macula che li distinguesse dagli altri, il bambino partecipava già della grazia ed era spiritualmente perfetto anche se non ancora completo.

I Nativi si esprimono con modi diversi dai nostri ma richiamano nozioni consimili.  La loro condizione di vita e la concezione che ne derivava è da ritenersi paradisiaca, non perché le asprezze dell’esistenza non mancassero, tutt’altro. Gli inverni in quelle regioni sono rigidissimi e la fame poteva colpire le comunità sprovviste di quanto era necessario alla sopravvivenza. Tuttavia essi non hanno conosciuto l’oscuramento prodotto dal peccato originale (sentimenti che alcuni sostengono innato nello spirito umano) e potendo quindi direttamente sperimentare la condizione spirituale della contemplazione ne discende che non albergava nella loro coscienza alcun sentimento di colpa che li potesse spingere a ricercare la causa delle loro disgrazie riferendole a qualche caduta primordiale o indegnità naturale.       

1052 2 schoolFig. 2. L’immagine mostra una scuola residenziale canadese,

Mentre i piccoli nativi sono coattivamente rinchiusi nella struttura, i loro genitori sono accampati all’esterno in attesa di poterli occasionalmente visitare. Questi bambini erano loro sottratti per legge (Legge della Civiltà graduale, destinata a inculcare ai selvaggi i valori del “progresso” ). Per affievolire o interrompere ogni legame familiare i fratelli erano subito separati tra loro come metodo etnocida di de-indianizzazione.

Il programma di queste scuole, teso appunto a sradicare ogni “indianità” interiore, costituiva l’esatto opposto di quelli che erano i valori portanti della cultura indigena con conseguenze catastrofiche per queste nuove generazioni. Questi bambini ormai in età “scolare” erano nati e avevano vissuto in maniera speculare questi loro primi anni di vita e cioè nella libertà dei luoghi e con l’affetto della loro gente. Il rapporto del funzionario canadese Peter Bryce, inviato a ispezionare queste strutture negli anni ’20 dello scorso secolo, si rivelò talmente agghiacciante nella disamina dei metodi impiegati e nei risultati ottenuti che fu censurato. Solo alla pensione Peter Bryce poté pubblicarlo in forma di libro.  

Gli Indiani non hanno “ceduto” loro sponte alla separazione dal proprio daimon (cesura drammatica del resto molto ben raccontata nel romanzo di Philip Pulmann e ben rappresentata dal film la Bussola d’oro), sono stati costretti a tagliare il cordone spirituale ombelicale e i risultati dell’amputazione sono noti; smarrimento individuale e sociale, alcolismo e droghe, sono quanto residua nei sopravvissuti di una società una volta fiera e indomita, posteriormente al trattamento di civilizzazione ricevuto.

Questi del resto sono gli stessi mali del nostro mondo contemporaneo completamente chiuso all’esperienza soprasensibile ma straordinariamente aperto a quella inferina. A questa indotta condizione di menomazione gli Indiani non potevano opporre alcuna reazione, non avendo neanche più la possibilità di controvertere il loro destino con la lotta armata. In parte sterminati dal vaiolo, sono stati parallelamente infettati da un modernismo a loro incomprensibile. L’attuale situazione di segregazione, la non accettazione dei disvalori del mondo bianco, è ben denotativa della situazione di dissolvimento spiritualmente nella quale si trovano a vivere le etnie sopravvissute al disastro quando i loro referenti spirituali sono stati scientemente abrogati e l’unica realtà connotata di validità epistemologica è quella empirico - psichica.

E’ questa però una situazione diversa da quella derivante dagli eventi che succedettero alla liberazione della schiavitù degli uomini di colore, una minoranza tra le minoranze del paese. Questi lamentano di essere emarginati dalla società, nella quale sono comunque più o meno inseriti. Gli Indiani, in linea di massima, rifiutano completamente il modello proposto da quella società e tuttora mantengono una distanza ideologica molto forte con il mondo che ha tentato di fagocitarli e uniformarli all’unico credo.  

1052 3 michelleFig. 3 (Acheronte movebo) Una celebre biblioteca USA dove si tiene un corso intensivo di genderismo per adulti e bambini.

Ormai il capovolgimento è compiuto. In luogo dell’insegnamento di maestri qualificati che conducano il giovane alla conoscenza del daimon custode e del mondo spirituale, oggi l’istruzione è direttamente rimessa a un “demone” di ben altra provenienza. Questo “grande fratello”, sciolti ormai i lacci che lo tenevano avvinto, impone “democraticamente” i modelli di riferimento della nuova società in cui vige il dogma l’ipersessualizzazione precoce e il “genere” intercambiabile a volontà. Il grimaldello usato per la devastazione delle anime è proprio lo strumento fiabesco che, per sua natura, dovrebbe proteggere i contenuti sapienziali in esso conservati (“le radice meta-storiche” dei racconti di fate ha detto qualcuno). In luogo della ricerca del doppio spirituale o del congiungimento dello spirito (maschile) con l’anima (femminile), l’insegnamento parodistico (in senso guénoniano) mira a estrarre ogni possibile contenuto inferino, plagiando le menti acerbe con suggestioni che pescano a piene mani negli stati inferiori dell’essere.

 

Per concludere.

Ciascun essere umano non è un’entità psicobiologia isolata dal tutto, quanto piuttosto è depositario dell’organo di visione soprarazionale: non esiste un’antropologia razziale. Allo stesso tempo, pochi essere umani sono consapevoli di questa loro potenzialità e, ancor meno tra questi, sono coloro che sono in condizione di esercitare questo “loro” naturale potere intellettivo.

Ricordiamo che Elemire Zolla, nelle pagine di esordio di una sua grande fatica saggistica (il doppio volume dedicato ai mistici d’occidente), premetteva, alle biografie cui aveva dedicato il suo attento lavoro, la considerazione che lo stato mistico deve essere considerato come “spontaneo” nell’essere umano, esso sarebbe in condizioni normali una sua qualità  e possibilità intrinseca.

La “visione” non è un evento eccezionale; è l’oscurità spirituale, dovuta all’atrofia dell’organo di percezione spirituale, che ha raggiunto livelli eccezionali di opacità che la rende tale. Per conseguenza la contemporaneità non è più illuminata neanche dalla nascita di “mistici” ( “… la razza sarà incapace di produrre nascite divine” - Visnu Purana), portatori di una possibile ri-nascita interiore, che comunque è da conseguire con grande fatica, ma solo da quella di abili malfattori che per “mistici” si spacciano oltre ogni evidenza.

L’organo che media la visione è d’ordine “spirituale” o “angelico” ed è attraverso questo che si compie la trasfigurazione del mondo. Questo passaggio disvelante lo mostra ai nostri sensi interiori non come un insieme inerte, ma come un “tutto divino” e quindi, per dirla forse ancor più esattamente, non è la realtà che è trasfigurata alla vista dell’anima redenta, piuttosto si toglie ad essa il velo che la ricopre e l’apparenza tramuta in apparizione, ovvero, utilizzando la dizione zolliana, si realizza il passaggio dalle forme formate alle forme formanti.

In qualche modo ciò è ben esemplificato dall’episodio della trasfigurazione taborica. Qui non è Cristo che si è trasfigurato (anche seguendo la qualificata conclusione di Mircea Eliade) divenendo una sorta di “altro Cristo”, sono i tre discepoli che finalmente hanno potuto vederlo per come Egli era, liberati dall’apparenza della sua manifestazione carnale. A ragione Eraclito aveva definito i sensi “falsi testimoni”, in quanto questi presentano la realtà alla coscienza come realtà costruita e quindi apparente (che non significa inesistente) e “separata” in cui ogni cosa è, appunto, apparentemente isolata dal contesto che la circonda.

Ciò è il risultato prodotto dalle regole di funzionamento della coscienza egoica che non è più in grado di cogliere le “cose” nella loro embricatura reticolare ma le classifica separatamente come distanti una dall’altra. L’espressione dei nativi “siamo tutti fratelli” non è una concezione buonista di generica fratellanza universale, tanto in voga odiernamente a livello puramente emozionale, ma essa è un’espressione che, tra l’altro, si riferisce alla totalità del creato nella sua visibilità e invisibilità e indica proprio una percezione unificata della realtà finalmente in coniugazione con tutti gli stati dell’essere. Una realtà che si manifesta, lo ribadiamo, come un “tutto divino”, visione che discende direttamente nella secreta camera del core come conseguenza dell’apertura dell’occhio cardiaco, un evento che ha grande rilievo anche nella “teologia” autoctona.

Alce Nero ce ne ha consegnato una preziosa testimonianza profferendo parole e enunciando contenuti in cui ognuno di noi potrà trovare esatti paralleli, con la preghiera incessante esicasta, con il dhikr sufi e ancora con Meister Eckhart :

Sono cieco e non vedo le cose del mondo; ma quando la Luce viene dall'Alto, essa mi illumina il cuore e posso vedere, poiché l'occhio del mio cuore vede ogni cosa. Il cuore è un santuario nel cui centro c'è un piccolo spazio, dove abita il Grande Spirito, e questo è l'occhio. Questo è l'occhio del Grande Spirito con cui egli vede ogni cosa, e mediante il quale lo vediamo. Quando il cuore non è puro, il Grande Spirito non può essere visto, e nel caso voi doveste morire in tale ignoranza, la vostra anima non potrà tornare immediatamente a lui, ma dovrà essere purificata attraverso peregrinazioni attraverso il mondo. Per conoscere il centro del cuore dove dimora il Grande Spirito dovete essere puri e buoni e vivere nella maniera che il Grande Spirito ci ha insegnato. L'uomo che è puro contiene l'Universo nella tasca del suo cuore".

Un estratto di un canto Navajo sembra poter concludere degnamente queste considerazioni:

Le montagne, ne faccio parte…

Le erbe, l’abete, ne faccio parte

Le nebbie del mattino, le nuvole, i corsi d’acqua, ne faccio parte

La foresta, le gocce di rugiada, il polline…Ne faccio parte.

    

 

Bibliografia

  • AAVV: Il professore militante studi in onore di Claudio Mutti a cura di Enrico Galoppini, Irfan Roma, 2017
  • Gilberto Mazzoleni: I buffoni sacri d’America e il ridere secondo cultura, Buzoni editore. Roma,1973
  • Alessandro Martire: Wakan Tanka, il grande sacro, la via spirituale dei nativi americani, Il punto d’Incontro – Lindau, Vicenza. 
  • Alce Nero: La sacra pipa, Bompiani, Milano 2006
  • Gianfranco Peroncini- Marcella Colombo: Al dio degli inglesi non credere mai.
  • Storia del genocidio degli Indiani d’America, Oaks editrice, 2017.
  • W Berry, J. Brauwn, J,Cooper, G, Eaton, A. Moore, S.H Nasr, H. Oldmeadon:   Antropo-ecologia, raccolta di saggi scelto e tradotti da Eduardo Ciampi, Terre sommerse, Roma, 2009
  • René Guénon: Il regno della quantità e i segni dei tempi, Adelphi, Milano,1982.
  • William W. Newcomb jr: Gli Indiani del nord America, il Bagatto, Roma 1985,Recheis G. Bydlinski: Figli del grande spirito, Edizioni il punto d’incontro, Vicenza, 1997
  • Pasquale Arciprete: Apocalittica, terrorismo, rivoluzione, Città Nuova
  • Fritjof Schuon: il sole piumato, religione e arte degli Indiani delle praterie Mediterranee, Roma, 2000
  • John G. Neihardt; Alce Nero parla, Adelphi, Milano, 1968
  • Michael Harner: Caverne e cosmos, Mama editions, Paris, 2014

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