Frate Elia: Solvete i corpi in aqua[1]

Il sonetto Solvete i corpi in aqua è tra le opere attribuite a Frate Elia quella più unanimamente riconosciuta come sua dagli studiosi moderni a partire dal Crescimbeni[2]: esso costituisce un compendio della Via alchemica, e l’interesse degli alchimisti per questo breve componimento è provato dalla sua trascrizione in numerosi codici e successivamente nei testi a stampa, come dimostrano nel XVI secolo i due trattati del Bracesco La esposizione di Geber filosofo[3] e il Lignum vitae[4], in cui l’analisi dei primi versi del Solvete introduce la trattazione sul significato del solvere alchemico.

Di esso abbiamo potuto accertare la presenza in ventisei codici[5], per un totale di ventotto versioni[6], di ventitre[7] delle quali abbiamo potuto prendere conoscenza diretta dai testi originali, e che abbiamo comparato tra di loro sia per un’analisi strutturale che per il contenuto operativo; il sonetto è presente anche in alcuni testi a stampa[8] e si legge anche nella III lamina dello Splendor Solis di Salomon Trismosin[9].

1058 FrateElia1La prima attestazione in età moderna del sonetto come opera di Elia la diede il Crescimbeni[10] nel 1711, anche se a suo dire poco convinto dell’autenticità dell’attribuzione: “Frate Elia, che ſu uno de Compagni di S. Francesco d’Assisi, vogliono í Chimici e gli Alchimisti che fosse eccellente Filosofo, e che ritrovasse la maniera di comporre il Lapis Philosophorum; intorno a che scrivesse un Trattato molto da loro tenuto in riputazione. In questo Trattato da noi veduto manoscrítto di carattere moderno appresso il celebre lppolíto Magnani… fra le altre cose, vi sono alcuni Sonetti di esso Frate Elia, contenenti come ricette in gergo per la composizione suddetta; uno de’ quali metteremo per saggio nel seguente Volume; ed eglino, se pure non sono stati ritoccati da qualche moderno Professore di Chimica, del che forte dubitiamo, ci paiono molto purgati; e assai superiori alla maniera, che nel rimare usava in quei tempi che detto Frate viveva, cioè nel 1226. Contuttociò noi lasceremo il suo luogo alla verità”.

Il sonetto, pubblicato dal Crescimbeni a p. 13 del volume III della sua opera, venne da lui datato al 1226 e, a quanto aveva scritto, doveva essere stato copiato con altri sonetti a nome di Frate Elia da un codice della biblioteca privata del medico Magnani, codice del quale non si ha più traccia. Il De Paola nella Vita di Frate Elia del Venuti[11] specificava nel 1773 che nel trattato citato dal Crescimbeni i sonetti riportati erano due, senza nulla dire del secondo.

Il Solvete doveva avere anche un suo commento, secondo quanto scriveva Affò ai primi dell’800[12], il quale lo aveva letto ma senza nome di autore in un codice manoscritto della Biblioteca della Porziuncola di Assisi: il Capitanucci[13] ha ritrovato il sonetto nel ms 19 del Fondo moderno della Biblioteca del Sacro Convento di Assisi, manoscritto che però non coincide con la descrizione di Affò, il quale come detto parla anche di un commento al Solvete.

Nelle redazioni del sonetto presenti nei manoscritti il nome di Elia è riportato esplicitamente in otto codici, mentre l’attribuzione è assegnata ad Arnaldo da Villanova in tre e a Cecco d’Ascoli e a Dante rispettivamente in uno; è invece anonimo in quindici versioni, mentre nelle tre edizioni a stampa che abbiamo trovato in due casi porta il nome di Elia ed in uno rispettivamente quelli di Cecco[14] e di Arnaldo. Il fatto che la maggior parte delle redazioni sia priva del nome dell’autore non è insolito, poiché altre rime molto conosciute nel mondo degli alchimisti, quali lo Spiritum volantem càpite e l’Est fons in limis, sono più spesso anonime che assegnate ad uno specifico autore (in genere Hermes, Rasi o Geber).

Analisi strutturale del Solvete

Come testo di riferimento per eseguire l’analisi del testo riportiamo la versione pubblicata nella Summa perfectionis Geberii di Eucharius Silber con il nome di Frate Elia (sonetto assente nella successiva edizione di Venezia del 1542):


Solvete li corpi in acqua ad tucti dico
voi che cercate fare sole et luna

delle doi acque prenderete l’una

qual più ve piace fate quel che hio dico.

Datela a bere a quel vostro inimico
senza mangiare hio dico cosa alcuna

muorto lo trovarai el vero ve dico

dentro de corpo del lione antiquo.

Possa li date la sua sepultura
si et in tal modo che tucto se deffaccia

la carne et le ossa et tucta sua iontura.

Et facto questo fate che se faccia
de l’acqua terra che sia necta et pura

et della terra et de l'acqua se vuol terra fare

così la preta vole multiplicare.

Se tu me scolti et pratichi el sonetto
serai signor de quel che si sogiecto.

Il sonetto è composto da un numero variabile di versi secondo le diverse redazioni, ma lo schema più frequente è due quartine più due terzine oppure due quartine seguite da una terzina e una quartina, a volte con l’aggiunta di una chiusa in due versi, che probabilmente non è originale in quanto si trova anche in codici più antichi alla fine di altre composizioni poetiche alchemiche in italiano e in latino. In un caso[15] il componimento è costituito da due sonetti uniti insieme, il primo è il Solvete di Elia per complessive 12 linee, la 13a è un verso che si ritrova nelle redazioni più diffuse ma con rima finale diversa, dalla 14a inizia la V strofe della Canzone di Rigino Danielli, in cui sono mescolate due differenti versioni riportate dallo Zenatti[16].

Due variazioni vanno segnalate circa il nome del “nemico”: il ms Magliabechiano nella versione anonima scrive “dantela a bere al Cingnio (sic) suo inimico”, probabilmente per “cinghiale”[17] piuttosto che per “cigno”, simbolo alchemico dell’albedo[18], e il ms della Biblioteca privata Minieri-Riccio[19] invece di “Leone antico” ha “Dragone antico”, nome che costituisce peraltro un sinonimo del più frequente Leone.

I primi otto versi sono quasi eguali in tutte le versioni manoscritte[20], tranne per il settimo, che si ritrova in due varianti: su ventuno redazioni[21] in diciotto casi[22] è detto che, bevuta l’acqua, il nemico “morto il troverete reverso [o converso] in bruna [o in brunna, in pruna, in prima, e in nigrum nelle versioni latine]” o ancora “in veste bruna” o “coverto a [oppure in] bruna”, mentre in tre[23] il verso è sostituito da “poi lo mettete nella sua sepultura” o “morto lo troverai il ver ti dico“. Dire quale possa essere la versione originale è difficile, visto che i manoscritti sono in pratica contemporanei, poiché il primo gruppo comprende codici scritti tra il XV e il XVIII secolo e il secondo codici del XV e XVI.

Il termine “coverto” o “reverso in bruna” ha il significato di “morto”, considerato che nell’italiano del XIV secolo “vestirsi a bruna” valeva per “vestirsi a lutto[24].

Il “leone antico” è simbolo del corpo che racchiude ed imprigiona le componenti animica e spirituale dell’alchimista (“adversarius vester diabolus tamquam leo rugiens circuit quaerens quem devoret” è scritto nella 1Pt 5,8-9): questo mette in evidenza come in Alchimia non si possa assegnare ad un simbolo un unico e specifico significato, visto che “leone” è anche il Leone Verde, nome della fase operativa intermedia tra la putrefazione della materia nell’opera al Nero e l’inizio dell’opera al Bianco, ed anche il vaso in cui si compiono le operazioni descritte nello Speculum alchimiae, come sembra confermare una variante del sonetto, in cui il verso “poi lo ponete nella sua sepultura” diviene “poi li scaldate la sua sepultura” (ms Minieri-Riccio), ove il verbo “scaldare” si addice al vaso in cui il composto va messo per ottenere la putrefazione[25].

1058 FrateElia2Il terzo e quarto verso, eguali in tutte le versioni da noi conosciute, sono invece enigmatici: è detto che dalla “soluzione” del corpo si ottengono due acque e di queste se ne deve prendere una, “qual più vi piace”, da dare a bere al “vostro [o nostro o suo] inimicho”.

Di queste due Acque abbiamo detto in un precedente lavoro[26], ma ciò che si deve sottolineare è che la scelta del “tipo di acqua” per solvere il “corpo”, e quindi dell’utilizzo della Via Secca o della Via Umida, sembra essere lasciata dall’autore del sonetto a colui che compie l’operazione alchemica.

Differente l’interpretazione che ne dà il Bracesco ne La esposizione di Geber filosofo[27], in cui l’autore spiega i primi due versi del Solvete (qui citato come anonimo, come anonimi sono i versi citati più avanti del Chi solvere non sa attribuito a Cecco d’Ascoli): secondo Bracesco “quella che più vi piace” è l’acqua “di Venere ed Oro”, ottenuta dall’“arsenico detto Venere[28], cioè un’Acqua in cui il principio femminile è stato fissato dalla presenza dell’Oro, che va unita con quella di “Marte”, un’acqua di Solfo che richiede una diversa preparazione mediante “assottigliamento” e soluzione con “acqua acuta” (cioè un’acqua dissolutiva forte). Bracesco dà un’analoga spiegazione nel suo Lignum vitae[29], nel quale riprende il sonetto sempre in forma anonima, dove parla di due Acque “sulfuree” che devono essere unite, di cui una “è l’acqua chiamata oro e uniscila con quella chiamata ferro, che è indicata [nel sonetto] come ‘il nostro nemico’ e da questa congiunzione avrai l’Acqua Mercuriale”.

I versi successivi consentono di suddividere i sonetti in tre gruppi sulla base delle differenze circa l’operazione da compiere dopo essere passati per la fase della putrefactio che deve avvenire nel “corpo del leone”.

Queste le tre varianti che si possono rilevare:

  • nel primo gruppo di tre sonetti[30] si parla di una sola operazione da compiere: dopo la putrefazione nel “leone antico” bisogna trasmutare “senza far dimora” la “terra” così ottenuta in ”acqua”, descritta come “netta e pura”;
  • nel secondo gruppo di dieci sonetti l’operazione è duplice: in cinque casi[31] si deve fare “dell’acqua terra e della terra acqua” o al contrario negli altri cinque[32]fare della terra acqua e dell’acqua terra pura”;
  • nel terzo gruppo di otto sonetti[33] (comprendenti quelli più antichi) le operazioni diventano tre: fare dell’acqua “terra che sia pura e netta”, poi fare della terra acqua e di nuovo dell’acqua terra.

È forse possibile affermare che la versione più corretta sia quella riportata nel terzo gruppo, in quanto in esso il percorso alchemico è descritto in modo più completo nelle sue tre fasi: il Mercurio, acqua volatile e lunare, deve esser fissato nel Piombo (trasformare l’acqua in terra) perché il Piombo possa iniziare la sua trasformazione (trasformare la terra in acqua) dando al Mercurio nuove qualità che lo trasmutano in una sostanza fissa e solare, la quale deve essere nuovamente trasformata in “acqua” per essere riunita al Piombo (trasformare l’acqua in terra), affinché si formi il composto unico, la Pietra filosofale, in cui i tre minerali, Piombo Mercurio e Solfo, sono trasformati nell’Uno, e la Pietra non è più nessuno dei tre ma una Unità superiore e perfetta, processo che nell’Alchimia viene spesso rappresentato con il simbolo della trasformazione degli “sposi” (il miles e la sua mulier in un poema alchemico del 1464[34]) in Re e Regina.

Come si legge nel De Alchimia attribuito ad Avicenna[35], è necessario che il Mercurio, liberato dalla corporeità del Sale, debba tornare a compenetrarsi in esso in uno scambio di potenze fisiche e sottili che permettano la trasformazione della Terra in Acqua e dell’Acqua in Terra, fissando il volatile con le proprietà di stabilità del corporeo adeguatamente rettificate e volatilizzando il fisso eliminandone tutte le scorie impermanenti, giungendo ad una trasmutazione e reintegrazione dell’individualità del soggetto su di un piano superiore per recuperare, per così dire, le componenti che fanno del soggetto “quel” soggetto, evitando il disfacimento della personalità nella dissoluzione di un ambiguo misticismo.

In altri termini alla liberazione, sotto il controllo da una volontà cosciente già realizzata nelle pratiche preliminari, dei principii animici e lunari che vitalizzano l’elemento corporeo deve seguire la loro purificazione e poi la loro riunione alla componente fisica, anch’essa trasmutata da corporea a spirituale, per preparare la generazione del “corpo di gloria” con cui l’iniziato rinasce, superando la manifestazione sul piano del corporeo ed accedendo ad una condizione superiore mediante l’unificazione dei tre elementi fisico, animico e spirituale, in modo che “la possibilità del distacco e della resurrezione nella Vita sia assicurata[36]. Non diversa era l’antica Tradizione egizia, che in alcuni dei cosiddetti Libri dei Morti, ed in particolare nel Libro di ciò che è nell’Amduat, dava i principii di una tecnica analoga di trasmutazione nella descrizione degli eventi che si succedevano nelle dodici “Ore” notturne in cui Rȃ attraversava la Amduat per rinascere come nuovo Sole[37].

Con la “moltiplicazione del Lapide” si ottiene la transizione dell’unità fisica, animica e spirituale ad uno stato di incorruttibilità (il “corpo di gloria”) raffigurata nel Re, che dopo la sua resurrezione dal “sepolcro” è incoronato con la rossa corona, come si legge in alcuni trattati alchemici.

Non deve meravigliare il fatto che operazioni così complesse siano riassunte in tre soli versi: se la prima parte dell’Opera, la fase al Nero, è stata compiuta in modo perfetto e si sono così preparati tutti gli elementi che dovranno in seguito essere riuniti, il compimento diventa un ludus puerorum, come illustrano le tavole dello Splendor Solis del Trismosin, compimento a cui segue la nascita del Sole nella sua assoluta perfezione.

 

[1] Il presente articolo costituisce una revisione corretta ed ampliata del capitolo pubblicato in GALIANO Lo Speculum alchimiae di Frate Elia, ed. Simmetria, Roma 2016, al quale rimandiamo per i riferimenti ai Cataloghi bibliotecari circa i codici qui citati.

[2] CRESCIMBENI Commentarii del canonico Gio. Mario Crescimbeni custode d’Arcadia intorno alla sua istoria della volgar poesia, Roma 1710.

[3] BRACESCO La esposizione di Geber filosofo, Venezia 1551 p. 39.

[4] BRACESCO Lignum vitae, in GRATAROLO Alchemiae, quam vocant, artisque metallicae doctrina, Basilea 1572 pp. 52-53. In ambedue i testi vengono commentate le prime linee del Solvete di Frate Elia e del Chi solvere non sa di Cecco d’Ascoli: l’interlocutore, che nel primo testo è Demogorgone che viene istruito da Geber e nel secondo un anonimo discepolo di Raimondo Lullo, dice delle due poesie che “già da tempo desideravo comprendere questi due carmi italici”, confermandone la loro origine in Italia e l’importanza e diffusione tra gli alchimisti.

[5] Ringraziamo la Prof.ssa A. M. Partini per averci messo a disposizione alcune redazioni del Solvete.

[6] Il ms Magliabechiano e il ms Palatino 1032 della Biblioteca Nazionale di Firenze contengono ciascuno due versioni del Solvete: nel Magliabechiano uno è anonimo e l’altro a nome di Frate Elia, nel Palatino 1032 uno è anonimo e l’altro a nome di Cecco d’Ascoli.

[7] Due di questi codici (Reg. Lat. 1415 e Palatino Lat. 1332 della Biblioteca Apostolica Vaticana) contengono rispettivamente solo le prime due e quattro linee del sonetto e quindi non è possibile farne uso per uno studio comparativo, che sarà basato sulle ventuno redazioni complete.

[8] Oltre che nel lavoro citato del Crescimbeni (a nome di Elia) il Solvete si trova nella Summa perfectionis Geberii edita da Eucharius Silber a Roma nel 1486 (due versioni, una a nome di Frate Elia e una a nome di Cecco d’Ascoli) e nella Alchemiae, quam vocant, artisque metallicae doctrina, pubblicata dal Gratarolo a Basilea nel 1572 (a nome di Arnaldo da Villanova).

[9] Il sonetto, anonimo, è parzialmente riportato sullo scudo del Cavaliere nel Ms Harley 3669 della British Library, scritto in Germania nel 1582, quindi antecedente le edizioni a stampa in cui questa scritta sullo scudo è assente (Germania 1598 e Francia 1612): Ex duabus acquis unam facite / Qui quæritis Solem et Lunam facere / Et date bibere inimico vestro / Et videbitis eum mortuum / Deinde de aqua terram facite. / Et Lapide multiplicastis. La scheda bibliografica del ms Harley invece di vestro legge vero, mentre la parola viene trascritta vino a p. 43 dell’edizione a stampa del ms Harley intitolata Splendor Solis. Alchemical treatises of Simon Trismosin, edita da Kegan, Trench e Trubner, Londra 1920, e commentata da J. K. (identificato come Julius Kohn nella bibliografia di testi alchemici di A. Pritchard Alchemy: a bibliography of English language writings, Routledge e Kegan, London 1980).

[10] CRESCIMBENI Comentarii cit. vol. II parte Il libro I, p. 11.

[11] “Anonimo cortonese” (VENUTI) Vita di Fra Elia da Cortona… con Osservazioni composte da un “anonimo pisano” (in realtà DE PAOLA), pubblicato “nella stamperia arcivescovile di Livorno” nel 1763, p. 70.

[12] AFFÒ Vita di Frate Elia I Ministro generale de’ Francescani, Parma 1819 (II ediz.), pp. 57-58.

[13] CAPITANUCCI Francescani e Alchimia tra mito e realtà, in Elia da Cortona tra realtà e mito, Atti dell’incontro di studio Cortona 12-13 Luglio 2013, pubblicati dal centro italiano di Studi per l’Alto Medioevo Spoleto 2014, p. 170 nota 31.

[14] Come si è detto l’edizione del Silber ha due versioni del sonetto, per altro molto simili tra di loro, attribuite una a Frate Elia ed una a Cecco d’Ascoli.

[15] Ms Magliabechiano del XVI sec., sonetto anonimo.

[16] ZENATTI Una canzone capodistriana del secolo XIV sulla Pietra filosofale, in Archivio storico per Trieste, l'Istria e il Trentino, Roma-Firenze 1890, vol. 4, pp. 81-117, e Nuove rime d'alchimisti, in Il Propugnatore vol. IV fasc. 21, Bologna 1891, pp. 387-314.

[17] Il Cinghiale è assimilato al Drago come simbolo della Materia Prima secondo RIVIÉRE Alchimia e spagiria, ed. Mediterraneee Roma 2000 p. 81.

[18] Nell’italiano del XIII sec. “cinghio” è usato da Dante per circolo (i gironi infernali), ma in questo significato qui non avrebbe senso.

[19] Ms 92, intitolato Mirabilibus mundi et de secretis mulierum et de virtutibus herbarum lapidum et animalium (Catalogo di Mss. della Biblioteca di Camillo Minieri-Riccio, stampato presso Giuseppe Dura, Napoli 1868 vol. II pp. 56-57).

[20] In due casi manca il primo verso e il sonetto inizia direttamente col secondo: Tu che voi fare sole e luna (Pal. Lat. 1032 e Riccardiano 689 di Firenze).

[21] Come si è detto due codici (Pal. Lat 1332 e Reg. lat. 1415 della Biblioteca Vaticana) comprendono solo i primi versi del sonetto.

[22] A queste vanno aggiunte le redazioni a stampa dell’Alchemiae quam vocant con il nome di Arnaldo e quella del Crescimbeni

[23] Nei mss Magliabechiano (sonetto a nome di Elia) di Firenze, Minieri-Ricci di Napoli (ulteriore variante: “poi li scaldate la sua sepultura”) e L X 29 di Siena; ai tre codici vanno aggiunte le due versioni dell’edizione a stampa del Silber. Tutte le redazioni risalgono al periodo tra XV e XVI secolo.

[24] Ad esempio si veda Fazio degli Uberti Dittamondo libro I cap. 22 vv. 43-45: “Dico che non per fallo o colpa alcuna / de’ miei con Taranto incominciai guerra / per la qual molte si vestîr di bruna”.

[24] Notiamo che il termine “leone” sembra essere adoperato nel Pretiosum donum Dei come sinonimo di “operazione”, come abbiamo rilevato altrove (GALIANO Pretiosum donum Dei, Roma 2017, p. 283 nota 228).

[26] GALIANO Lo Speculum alchimiae di Frate Elia, ed. Simmetria, Roma 2016, dove abbiamo dato alcune indicazioni su di una delle possibili significazioni dell’Opera alchemica a pp.5-17.

[27] BRACESCO La esposizione di Geber filosofo cit. pp. 39v-39r.

[28] Arsenico per Geber è principio femminile mentre EVOLA La tradizione ermetica. Bari 1948, p. 45 lo dice maschile: il Bracesco sembra indicare un’Acqua, quindi femminile, contemperata dall’Oro, principio solare e maschile.

[29] BRACESCO Lignum vitae cit. pp. 52-53.

[30] Mss Riccardiano 984 di Firenze, VIII G 70 della Biblioteca Nazionale di Napoli, F. C. 2193 della Gregoriana di Roma, ai quali si può aggiungere il testo del Crescimbeni, compresi tra XVI e XVII sec.

[31] Mss Patetta 233 e 781 del Vaticano, 19 Fondo moderno di Assisi, Pal. 1032 (sonetto anonimo) e Riccardiano 689 (sonetto anonimo) di Firenze, compresi tra il XVI e il XVIII sec.

[32] Mss Magliabechiano (sonetto anonimo) di Firenze, LVII di Ravenna, G.VI.20 di Torino, M 159 di Amsterdam (il più recente), ms VCF 16 di Leida, compresi tra il XVI e il XVIII sec. Nel ms di Leida si legge: “della terra de terra aqua fute [sic]”, con un segno ʅ posto tra terra e de forse con significato di et.

[33] Mss Pal. 1032 (sonetto a nome di Cecco), Magliabechiano (sonetto a nome di Elia) e Riccardiano 946 di Firenze, 92 della Biblioteca Minieri-Riccio di Napoli, Corsini 29 dell’Accademia dei Lincei di Roma, L X 29 di Siena, Additional 10764 di Londra, H 439 di Montpellier, a cui vanno aggiunte le due versioni della Summa perfectionis e quella dell’Alchemiae quam vocant. Tutti i codici sono compresi tra il XV e il XVI sec., tranne quello di Napoli, del XVII.

[34] La composizione Est quidam miles, per la quale rimandiamo a GALIANO Lo Speculum alchimiae cit. pp. 84-86.

[35]] Si veda quanto scritto nel capitolo L’opera alchemica in Galiano Lo Speculum alchimiae cit.

[36] EVOLA La tradizione ermetica cit. p. 127.

[37] Si vedano sull’argomento DE RACHEWILTZ Il Libro egizio dei Morti, ed. Atanòr, Roma 1959 e GALIANO La via iniziatica dei Faraoni, ed. Simmetria, Roma 2009.

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