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postheadericon Simmetria - Sezione Scuola (Presentazione)

Note di presentazione di Claudio Lanzi
 
Cosa vuol dire scuola? Sicuramente non vuol più dire “schola”, termine che deriva dal greco skholé, che significa “riposo”, “tempo libero”, “ozio”.
Potremmo addirittura dire che la scuola, modernamente intesa, esprime un concetto che è letteralmente agli antipodi di questo riposo, di questo otium mentale foriero d’indagine, di scoperta, di libertà.
La scuola moderna, orientata dalle necessità dell’economia di stato, è parte integrante delle “istituzioni”; fa parte del modo attraverso il quale lo stato si occupa del giovane cittadino, e nel contempo lo incorpora nella sua grandiosa macchina burocratica, non solo attraverso un’istruzione omogenea, quanto attraverso una metodologia di valutazione quanto più possibile unificata; la scuola è sottoposta a programmi ministeriali unificati, ad obblighi di legge, al rispetto di tempi, ad esami, alle rigidezze di un cursus che spersonalizza (e, salvo eccezioni, mortifica) il rapporto fra docenti e discenti e lo riconduce in un alveo di relazioni codificate. Comitati, riunioni, programmi, libri da adottare: quale studente, quale docente, quale genitore non conosce i cavilli e i gorghi amministrativi di un sistema che sottrae una enorme quantità di tempo a quello che molti si aspettano ancora dalla scuole, e cioè l’educazione?
Ci sono determinate cose che si devono sapere, determinati autori che si devono conoscere, determinati lati dello scibile che si devono affrontare con dei requisiti minimi: altri che invece (non rientrando nei protocolli dei programmi) possono tranquillamente essere ignorati. Le “classi” sono dei gruppo disomogenei di alunni, ai quali si “deve” impartire un minimo ed uniforme livello di conoscenza. Le materie sono suddivise in gruppi ed esistono degli “specialisti” che insegnano ognuna di queste materie.
La figura del Maestro (molto viva nelle elementari ma ormai sempre più precaria) è sostituita con gli anni da quella del “professore”.
Mentre, come sappiamo, il magister ha la stessa radice del mago, cioè di colui che rende “grandi” le cose, le illumina nei loro lati nascosti e ne mostra la straordinarietà, il professore è colui che fa “professione”, cioè dichiara apertamente, in pubblico, e per mestiere, le cose che, a sua volta, ha letto o appreso da qualche parte. La differenza è enorme nella forma e nella sostanza. Infatti siamo… pieni di professori che non sono maestri mentre abbiamo pochissimi maestri che, a volte e grazie a Dio, sono anche professori.
La figura del professore, soprattutto dopo la rivoluzione francese, ha acquisito sempre maggior rilevanza, incorporando, per così dire, il potere della conoscenza nella cattedra. E tutti sappiamo qual genere di competizioni esistano in ambito accademico, nei confronti della gestione di “cattedre” più o meno ambite. Ciò ci fa intendere che il professore, nella accezione moderna, è qualcosa di superiore al maestro. Eppure pochi professori hanno il dono e il piacere dell’insegnamento che è un’arte specifica, straordinaria, empatica, autorevole, che non si studia sui libri ma che, nonostante l’apparente asetticità di acune materie, dovrebbe nascere nel cuore.
 
La scuola, modernamente intesa è quella che ha dovuto e voluto eliminare le cosiddette “sacche di analfabetismo” e fornire a tutti una cultura di base equivalente.
Questa cultura di “base” è ovviamente quella che lo stato riconosce come indispensabile per creare dei buoni cittadini con analoghe possibilità d’inserimento nel mondo del “lavoro”.
Esistono perciò commissioni che si affannano, con legittima ansia, nel determinare cosa sia necessario far studiare ai giovani e ai meno giovani, al fine di “soddisfare” la possibilità d’inserimento nel mondo del lavoro, e d’inseguire l’”evoluzione” dei punti di vista sulla storia, sulla letteratura, sull’etica, sulla matematica, sulla scienza e, oggi più che mai, sulla tecnologia.
Ergo, lo studio della cosiddetta scuola dell’obbligo, ma poi anche quello successivo di tipo universitario, è mirato soprattutto al “lavoro” e perciò è fortemente condizionato dalle statistiche che dicono quali sono le “professioni” che offrono maggiori possibilità di lavoro.
Allo studente, fin dai sui primi passi nell’arcipelago dell’istruzione, viene spiegato che il coronamento del suo cursus studiorum, la gioia suprema al termine suo lungo combattimento con libri ed esami, sarà l’ottenimento di un’abilitazione al lavoro, alla “professione”.
Ne deriva che “abilitazione al lavoro” vuol dire abilitazione al guadagno e alla fruizione di qualsiasi cosa sia compresa nell’alveo sociale di chi guadagna; vuol dire possibilità di ricevere compenso per la prestazione lavorativa, sia essa di carattere sussidiario come diretta, in base all’esercizio della professione.
Il lavoro, a sua volta (vedi editoriale n° 12), è una cosa assai strana in quanto, se da una parte viene demonizzato quale forma di schiavitù, dall’altra viene considerato elemento fondante della stessa democrazia (appare infatti nel primo articolo della costituzione).
Ora è assai interessante notare come, in realtà, questa abilitazione al lavoro voglia dire soprattutto “lavoro non manuale”. Si studia infatti per non sporcarsi più di tanto le mani (col fango, con la terra, con altri materiali).
Sembra dunque che lo studio “affranchi” soprattutto dalla manualità, anzi la esorcizzi e, in tal modo alimenti ancor più la contraddizione per la quale il lavoro manuale viene considerato “più stupido”, mentre quello non manuale diventa lavoro elitario (da questo esorcismo delle mani si salvano in parte i medici e gli artisti, anche se col passare del tempo la tecnologia si frappone sempre più fra le loro mani e l’”opera”).
Quanto più si pensa dietro una scrivania e le mani servono solo per scrivere… tanto più si è stimati e si guadagna. Ce lo insegnava già Collodi con il suo Pinocchio.
Il termine “manovale” è diventato… quasi un insulto e ricorda l’esercito dei prestatori d’opera, degli schiavi di un sogno marxista o liberista che, riscattati dal fine superiore dello stato o del benessere, si legano alle catene di montaggio e scoprono la terribile equazione… “lavoro, ergo sum”.
 
Tale premessa ci serve per spiegare che Simmetria non ha alcuna voglia, né capacità, né intenzione di occuparsi di scuola o di lavoro in senso “moderno”, e che quindi non ha alcuna pretesa di interferire nei programmi ministeriali né, tantomento ha la supponenza di offrire surrogati o sostituti.
Ma c’è un aspetto, di cui molti di noi di Simmetria (ex studenti, ex professori, ex professionisti, oppure tuttora militanti nell’armata Brancaleone di coloro che lavorano) hanno fatto esperienza, sia che abbiano svolto la maggior parte della loro vita seduti dietro un computer, sia che abbiano avuto il piacere di impastare le loro mani col fango. E questo aspetto vorrei chiamarlo la insaziabile curiosità umana, l’insaziabile amore di conoscenza.
Quella conoscenza che compare appunto nell’otium latino e che ha un ottimo supporto nella skholé greca.
Tale curiosità meditativa o addirittura contemplativa, che lascia liberi il cuore e la mente di vagare nell’incommensurabile, è la stessa che fa dire all’Ulisse dantesco il famoso “nati non foste a viver come bruti”; non è solo curiosità d’intelletto, ma curiosità di emozione, di cuore, di sensi. E’ indagine, nel senso più profondo del termine: quella che contrassegna l’oracolo delfico che è forse il maggiore esempio… di invito alla “skholé”: “Conosci te stesso; nulla di troppo”.
Però, per procedere in questa, che forse è l’unica vera forma di conoscenza possibile, ci vogliono… dei veri argonauti. E non tutti hanno voglia d’imbarcarsi sulla nave di Giasone anche perché è un viaggio che non da frutti nel mondo né….possibilità di lavoro o guadagno. Ci vogliono dei viaggiatori nati per prender quella nave!
 
Mentre, infatti, alcune indagini nella via della conoscenza possono essere massificate, altre richiedono scelte, selezioni aspre e qualche grado di libertà in più. Qualche piccola “eresia” che conduca fuori dai binari scolastici usuali a vedere nei campi vicini, magari complementari a quelli proposti dai “programmi” per quanto ben fatti possano essere.
Quando, nel liceo, il sottoscritto studiava Dante, il commento di base alle cantiche era quello del professor Sapegno. Nessuno mi aveva mai detto che esistevano le interpretazioni di Valli, di Rossetti, di Foscolo ecc. Ecco. Queste letture che oggi stanno parzialmente rientrando perfino nella scuola da vie traverse, erano una volta….una lettura eretica, quasi inaccettabile.
Quando nelle classi medie si studiava, a mio avviso con grande precocità, il teorema di Pitagora, se ne mostravano soprattutto gli aspetti utilitaristici. Ma sappiamo che ha altri significati, di valore simbolico e, perché no, metafisico.
Alla scuola così come è oggi non può (o forse non deve) interessare svilupparli perché non “servono” all’inserimento nel “mondo del lavoro”. Ma forse è importante che tali significati non siano dimenticati e che qualche studente tra quelli realmente affamati di conoscenza, possa cercarne dei nuovi, indagando con amore e piacere di scoperta.
Ovviamente un percorso para-scolastico del genere non potrà e non dovrà mai far parte della scuola dell’obbligo ma potrà esser messo a disposizione di coloro che amano conoscere “oltre”. E sia chiaro che questo oltre non sarà mai il pressappochismo new age delle trasmissioni misteriche televisive. E in tale oltre non deve mai celarsi la spocchia misterica di chi sventola porcherie pseudoiniziatiche tese a far proseliti o, peggio, a mistificare la storia.
E’ un oltre senza pretese di soluzione, senza voglia di stupire. E’ un oltre umile e attento. Un oltre degli eterni allievi di coloro che sanno, come Jacopone da Todi, che ogni scintilla di conoscenza ne accende una successiva e ogni amore ne apre un altro più profondo. E’ un procedere senza obiettivi di accaparramento, senza voglia di profanazione pur di arrivare primi, ma con desiderio di approfondire, con grande rispetto e prudenza, tutto ciò che viene dato per ovvio e scontato. Con la voglia di ricercare i “perché” non solo attraverso una dimostrazione matematica ma attraverso un’esperienza della coscienza, diremmo anche una “meditazione”.
E’ un territorio limite, ovviamente, un crinale delicato dove a volte ci sono libri che raccolgono le esperienze di grandi filosofi, sempre al limite fra mistica e scienza, altre volte… non c’è proprio nulla.
Coloro che in Simmetria si occupano di tali aspetti, sono stati a loro volta studenti, si sono diplomati, laureati, hanno lavorato…ecc.ecc. e poi hanno scoperto che c’era ancora tanto da conoscere e approfondire, NON in erudizione o quantità d’informazioni sullo stesso soggetto, ma in qualità, in diversità di approccio e prospettiva.
Questa piccola parte di esperienza viene offerta, senza alcun fine che non sia il contribuire ad allargare la conoscenza e la coscienza dei ragazzi che partecipano alle nostre iniziative, attraverso alcuni corsi, attraverso premi e “concorsi”, attraverso qualche seminario. Sono gli strumenti codificati dalla società attuale ma oggi, se non si passa attraverso tali gioghi non è più possibile contribuire alla schola. Nessuno ascolta volentieri il filosofo che parla sopra un podio nel foro romano: a meno che non dica scempiaggini o populismi di facile presa o canzoni ad alto contenuto…di decibel. Per cui…meglio i corsi.
 
Abbiamo fatto, negli scorsi anni, diversi seminari per ragazzi, tesi a spiegare le origini e le meraviglie della scienza antica, navigando fra filosofi e teoremi. Poi abbiamo spiegato ai ragazzi qualcosa della storia arcaica latina. Li abbiamo portati in qualche visita guidata fuori dai percorsi usuali. Li abbiamo fatti cantare in modo antico e disegnare in modo antico, riscoprendo le penne: e ci siamo divertiti moltissimo. Lo scorso anno abbiamo premiato i ragazzi della Nazario Sauro che hanno partecipato ad un piccolo corso sul ritmo.
Quest’anno abbiamo indetto un concorso fra i licei romani ed abbiamo ottenuto il patrocinio dell’Assessorato ai Beni Culturali e Centro storico del Comune.
Andremo avanti, con dignità e coraggio. I giovani di cuore siamo noi, anche se vecchi d’età. E vorremmo che i giovani d’età restassero giovani di cuore insieme a noi.
 
Scuola!!! Utilizzaci e ascoltaci se vuoi. E’ un buon contributo il nostro, diverso dal solito, fa parte degli scopi sociali della nostra Accademia, non costa nulla, produce curiosità e voglia di studiare di più.
 

Ultimo aggiornamento (Domenica 13 Novembre 2011 11:39)

 

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