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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Ospitiamo questa puntuale relazione di Dalmazio Frau al fine di mettere in evidenza un equivoco fastidioso: l’aver osato (direi spudoratamente) confrontare l’attività artigianale dell’uomo medievale e rinascimentale con quella di certi “artisti” moderni che improvvisamente, nella mente distorta dalla laicità e dalla modernità, sono diventati novelli Michelangelo. Sono paragoni che fanno orrore.
Citiamo a caso una delle infinite critiche (in fotocopia, le une sulle altre, che esaltano la rinnovata apparizione dell’ artifex e del faber .
“Le opere di questi celebri trenta artisti instaureranno un vero e proprio dialogo con i tesori contenuti all’interno del Castello Sforzesco e ospitati proprio nelle sale della Rocchetta”. E ora leggete il resto. S.
 
 
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"Due opere in legno a 500 anni di distanza circa l'una dall'altra. Quale è il faber?"

 
 
Noiosi, per nulla più dirompenti, autoreferenziali, sono gli “artisti” – così è se vi pare – che espongono al Castello Sforzesco, in questi giorni, nella mostra presuntuosamente chiamata “Homo faber”.
Nulla di nuovo sotto le luci alogene, lo avevano già fatto, e meglio, Duchamp con il suo orinatoio e Manzoni con la più che nota “merda d’artista”. Ma loro almeno erano divertenti, ironici, controcorrente. Erano già oltre l’Avanguardia e non l’ennesima sterile, inutile e supponente riproposizione di quella pseudo arte contemporanea che tanto aggrada ad Achille Bonito Oliva, con le sue trans-pre-post-fiancodestr e fiancosinistr’avanguardia.
A guardare - perché osservarle, sinceramente, sarebbe pretendere troppo - le opere o, come si usa adesso in linguaggio più “trendy” e soprattutto più “cool”, a volte troppo “cool”, le “installazioni” non vediamo alcunché di nuovo. Tutto già fatto, già sperimentato, Andy e la sua “Factory” li hanno preceduti di alcuni decenni prendendo per le natiche tutti, ma loro non se ne sono accorti.
Forse invece se ne sono avveduti i “mercanti” ed i “critici d’arte” contemporanea, i “buyer” sempre più “cool”, che ritrovandosi i magazzini ormai stracolmi da anni di “installazioni” che nessuno mai si sognerebbe di installare in casa propria e che ormai cominciano a prendere polvere anche nei più avveniristici musei d’arte “moderna”, hanno ideato di riciclare tali meraviglie in una sorta di oscena “wunderkammer” del nostro tempo.
Non paghi di ciò, approfittando del fatto di poter infierire sulle sale dello Sforzesco, cosa inventano? Un bel ricollegamento tra queste forme di espressione artistoide – definirle opere d’arte sarebbe veramente pretenzioso – e nientemeno che l’Artefice, l’”artifex”, colui che fa, crea arte nel Medio Evo e del Rinascimento.
Ma come? Dopo anni di violenta critica nei confronti di tutto ciò che era l’Arte dei secoli di mezzo e quella “alla maniera degli antichi” dal XV secolo in poi, adesso si va cercando una nobilitazione culturale nell’età passate? Già finita la transipersuperultravanguardia?
E adesso chi glielo dice al MoMa, al Museo d’Arte Moderna di New York, chi lo avverte Achille Bonito Oliva? Vuoi vedere che tra un po’ gli tocca pure rivalutare Duccio e Simone Martini?
Nella mostra milanese si auspica un “ritorno del fare nell’arte contemporanea”. Complimenti, perché questo significa che fino ad ora, nell’espressione artistica attuale, proprio di “fare” e soprattutto “saper fare” ne sia esistita proprio poca o punto alcuna.
I curatori della mostra hanno scoperto ciò che Pater, Ruskin e Morris già sapevano meravigliosamente più di un secolo fa e lo hanno detto e fatto in modi di gran lunga superiori.
In quelle installazioni, ceramiche, rielaborazioni grafiche e collage non vi è l’antica “Magia del Fare” propria delle Botteghe prima medievali e poi rinascimentali. Assistiamo soltanto all’ennesimo vuoto di idee, al milionesimo tentativo di trovare una paternità a qualcosa che non ha padre né madre, ma soltanto padrini mossi dall’istinto economico.
L’empio connubio tra le meravigliose sale del Castello Sforzesco, ancora dipinte nelle sue volte con il gelso di Ludovico il Moro e il sole radiante, con siffatte “mostruosità” – e non in senso latino – ricorda l’altrettanto osceno risultato perpetrato nei Musei Vaticani molti anni or sono.
Là, infatti, disertate anche con un certo senso di istintiva attitudine dal grosso pubblico dei turisti, si snodano le meravigliose stanze dell’Appartamento Borgia. L’unico luogo rimasto pressochè intatto, in tutto il complesso di San Pietro, dell’antica basilica medievale.
Gli avventurosi, e sanamente folli, che osassero abbandonare il pecorume turistico in fuga attraverso i Musei Vaticani, prima di immergersi nella Sistina con seguente cervicale, deviando verso il “Museo di Arte Sacra Contemporanea” si troverebbero straniati e straniti a vedere appunto le supposte “opere d’arte contemporanea” dentro la meravigliosa teoria degli affreschi densi di misteri e significati ermetici ad opera del Pinturicchio.
Ma nelle Sale Borgia non scende nessuno, vanno tutti alla Cappella Sistina, così si salvano dall’arte contemporanea ma si perdono lo splendore del Primo Rinascimento e dell’autunno del Medio Evo.
Sarà ancora la leggenda nera di Cesare e Lucrezia a incutere timore e preferire quindi il loro nemico Giulio II della Rovere o piuttosto sculture e altri manufatti sinceramente ascrivibili alle categorie del “brutto”?
Così è la vita. Non si può avere tutto.
Quindi se proprio vi scappasse di andare al Castello Sforzesco in questo periodo, entrate – tanto è gratuito – a guardare la meravigliosa scultura funeraria di Gaston IV Conte di Foix, Signore del Bearn, ultimo di una dinastia di nobili guerrieri che ha reso grande l’Europa per secoli, capitano delle armate del Duca Valentino – godetevi la pietà incompiuta di quel Buonarroti dal carattere intrattabile, sfiorate con lo sguardo le superbe panoplie di armi ed armature dei Negroli e dei Missaglia, e poi, ma proprio se non potete resistere andate a far pipì, tanto per “Homo faber” c’è tempo, state tranquilli… ne faranno un’altra.

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