Siamo agli inizi del 1944. La guerra sta finendo e quello che vedete in foto è… uno splendido Guzzi con sidecar decappottabile (un pochino ammaccato). Altro che SUV supertecnologici! Siamo io, mia madre e mio padre. Mio padre ci andava da Roma a Taranto due volte a settimana con due giorni di viaggio e riposando 5 ore la notte, ogni volta. Ci andava per rimediare qualcosa da mangiare vendendo dei residuati bellici metallici che trovava a Anzio, dove rischiava ogni volta di saltare sopra le mine sotterrate nelle spiagge.

Insomma, tempi un pochino difficili. Come quelli attuali? No forse un po’ peggio ma se ci impegnamo, come stiamo facendo alacremente, riusciremo a realizzare le stesse difficoltà di allora e forse riusciremo a autodistruggerci.

Eppure, nonostante le privazioni dal 1950 al 1960… eravamo “felici”. Felici di essere vivi e pieni di voglia di ricominciare. Avevamo ancora degli ideali forti.  Avevamo la consapevolezza della precarietà e la incertezza del domani. Non “sprecavamo” nulla. Eravamo stati educati così da ben prima della guerra. Non esisteva raccolta differenziata? E di cosa? Si mangiava tutto: le pere, la buccia delle pere e i semi. La carne, pochissima, era un ottimo pasto… vegano (!!) una volta alla settimana. Il latte freschissimo e buonissimo, non pastorizzato, era della Centrale del latte. Aveva il tappo fatto con la stagnola, e la bottiglia di vetro veniva restituita al lattaio (che te lo portava davanti alla porta di casa). ll pane si comprava nei tanti forni a legna, in giro per la città, e assai piu spesso si faceva in casa, come la pasta. 

I rifiuti (la “monnezza” a Roma) veniva prelevata dal “Monnezzaio stracciarolo” che la mattina passava in strada (urlando appunto “monnezzaio!!) con i suoi sacchi sulle spalle, o su un carretto sgangherato spinto a mano. Assai più efficiente dell’AMA, non ci crederete.  Divideva lui stesso stracci, metalli e vestiti vecchi (a volte preziosi per chi non aveva più nulla) dai pochissimi rifiuti domestici. Non c’era plastica. Il riscaldamento in casa era una rarità. Esisteva lo “scaldino” pieno di carbone che scaldava le lenzuola prima di andare a dormire. La spesa di faceva nei banchi del mercato. Niente supermercati, niente centri commerciali. Le passeggiate si facevano "fuori porta", nei prati o si andava al Pincio ad ascoltare la banda che suonava musica classica.  E c’era un silenzio straordinario. Non c’erano i materassi memory foam e neanche quelli a molle e si dormiva (benissimo) sui paglericci o sulla lana. Pochi soffrivano di insonnia. Ci salutavamo incontrandoci per strada.

Non c’era… l’ecologia. Si era “necessariamente ecologici”. Consumavamo quasi tutto quello che compravamo e riparavamo quello che si rompeva, dai vestiti alle scarpe ai mobili ecc..e era difficile buttare qualcosa. Non c’era la televisione e spesso in famiglia ci si riuniva intorno alla radio, ad ascoltare moltissimi programmi culturali, teatrali.

Lo sport non era un “business” e i giocatori di calcio guadagnavano come un impiegato.

Il bagno in casa era una rarità, la vasca da bagno un lusso, lo scaldabagno un lusso sfrontato.

La carta igienica non c’era. Si usavano i giornali: eppure eravamo puliti. Non c’era il rasoio elettrico, il frullatore, la lavatrice, il frigorifero, l’aspirapolvere ecc. ecc. E non c’era neanche il deodorante eppure non …puzzava nessuno.

Nessuno faceva “footing” e non c’erano le palestre con i “coach” e con il body building, il fitness ecc, e non esistevano piste ciclabili ( infatti in giro c’erano quasi solo biciclette). Al mare ci si andava solo con le “colonie” dei bambini istituite durante il fascismo e proseguite per un po’ nel dopoguerra. La “vacanza” vera e propria era una cosa abbastanza sconosciuta. La settimana era lunga nel senso che ci si fermava solo la domenica (non sempre) e si stava insieme, a casa, padri madri figli e nonni.

Non si parlava inglese per cui non si facevano "meeting" o "brain storming" o "call conference" ma... riunioni, non si andava al "lunch" o al "breakfast" ma si andava a pranzo o a colazione e così via. Non c’erano le discoteche, non c’era la droga, non c’erano i rave party. E, guardate le statistiche: c’erano pochissimi furti, pochissimi delitti. Il sesso non era una ossessione ma se ne faceva tantissimo. C’erano, ohibò, perfino le case di “tolleranza” ma non esisteva prostituzione in mezzo alle strade.A scuola si portava il grembiule col fiocco e la maestra ti puniva se eri stato somaro o facevi qualche marachella. E nessuno aveva nulla da ridire.

Pensate che io voglia fare un discorso sociologico? NON ci penso neanche, ci porterebbe lontano a litigare sui perché, i per come, sulla politica, sul "progresso". Ma chissenefrega! non ne ho più alcuna voglia.

Questo è solo uno sfogo pseudoromantico, in uno spazio-tempo scandito da un’epidemia micidiale che ha ridotto tutti al silenzio ridicolizzando politici, scienziati, filosofi, storici, categorie sociali, professionisti, giornalisti TUTTI. Tutti eroi pronti a fornire ricette risolutivi e tutti vigliacchi, tutti che parlano e si contraddicono dopo due minuti. Tutti regolarmente spaventati.

Eppure si sorrideva e si rideva tanto nel 1944, ma in modo non chiassoso, delicato, cortese. Si era abituati a non sapere cosa sarebbe accaduto domani. Si piangeva anche, si soffriva e si moriva. Spesso… per la fame assai più che per crisi esistenziali. 

Sto rimpiangendo? Si sto rimpiangendo. E non perché ero giovanissimo. Non credo alla meraviglia dei bei tempi andati.

Ma a  Roma si vedeva il cielo stellato e, a primavera,  le rondini erano una delle poche cose che faceva chiasso. Ma un gran bel chiasso. E questa è una privazione che non sopporto, una carognata indicibile.

Ora c’è un gran silenzio, come allora ma a parte la precarietà e l’incertezza (che esistevano anche nel 1944) manca qualcosa di importante che compensava la paura del domani. Di questo qualcosa abbiamo parlato a Simmetria….nelle centinaia di articoli presenti sul sito ed è inutile ripeterlo.

Fai il LOGIN o REGISTRATI per inserire commenti